La nuova entrata a gamba tesa della Francia sulla Libia

La notizia della “nuova” entrata a gamba tesa della Francia nel dossier Libia (dopo le bombe sganciate in solitaria) potrebbe portare altro sale sulle ferite libiche, anziché essere fisiologico antibiotico alla malattia che ha colpito Tripoli e le tribù.

La decisione del presidente Macron di invitare a Parigi per un vertice il presidente libico Fayez Serraj (sostenuto da Usa e Ue) e il generale Khalifa Haftar (appoggiato da Egitto ed Emirati Arabi Uniti) ma senza la presenza di un rappresentante italiano è, se fosse confermata, un autogol.

In quanto si inserisce in quel filone decisionale che, fino ad oggi, e procedendo in ordine sparso, non ha permesso di individuare una soluzione unitaria e potabile al caso. Non è continuando ad andare avanti con iniziative slegate e senza una regia d’insieme che si potrà, da un lato fermare l‘emorragia di migranti diretta verso le coste italiane e, dall’altro, ricominciare a fare business, in una cornice di normalizzazione istituzionale.

Addirittura, secondo quanto scritto da Repubblica, del vertice parigino Roma sarebbe stata informata non dall’Eliseo ma dal Governo di Accordo Nazionale di Tripoli e dai consiglieri per generale Haftar a Bengasi. Un preciso controsenso, dal momento che Roma, forse per la prima volta davvero, ha assunto il ruolo (meritato e logico) di attrice principale in quota Ue e Stati Uniti e non può essere oggetto di un atteggiamento simile, che tra lato è foriero di personalismi più che di oggettiva utilità.

Sino a quando non maturerà la piena consapevolezza, anche e soprattutto fra i paesi membri dell’Ue, che è l’Italia questa volta a recitare un ruolo primario, allora non sarà possibile compiere quei passi necessari all’armonizzazione del contesto libico in cui, è bene ricordarlo, le premesse per il nostro paese ci sono tutte. Il possibile volo diretto tra Italia e Libia sarebbe un ottimo viatico, qualora venisse meno il divieto di sorvolo dello spazio aereo italiano per voli libici.

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Primo volo (anche se di Stato) dalla Libia giunto in Italia: ad Agrigento Libyan Wings

Lo avevamo anticipato ieri da queste colonne, come il tema del collegamento aereo tra Italia e Libia fosse assolutamente pregnante. Il primo volo (anche se di Stato) dalla Libia è giunto oggi in Italia ad Agrigento, dove si svolge il forum italolibico. L’A-319 5A-WLA della Libyan Wings (in foto) è atterrato sull’Aeroporto di Catania Fontanarossa.

In occasione del summit italo-libico di Agrigento il Vice Premier libico Ahmed Maetig ha designato il presidente di Libyan Wings, Wesam Almasri, quale capo della delegazione degli imprenditori Libici. Un mosaico che, pian piano, sta prendendo forma a dimostrazione di come il rapporto fra i due Paesi potrebbe vivere finalmente una stagione nuova, anche grazie ad un collegamento diretto tra Italia e Libia, a patto che venga risolto il nodo relativo alla chiusura dello spazio aereo.

Tra l’altro, a riprova di come il fil rouge sull’asse Roma-Mitiga sia più solido del previsto, giova ricordare che Enav sta lavorando dall’aprile scorso a Mitiga, dove ha installato nuove infrastrutture ed ha quasi ultimato l‘addestramento di 60 controllori di voli libici. Risale ifatti al primo aprile scorso l’aggiudicazione da parte della Società nazionale per l’Assistenza al Volo, di un contratto con la Libbyan Civil Aviation Authority per la costruzione della Torre di controllo e del blocco tecnico dell’aeroporto Mitiga di Tripoli.

Entro il prossimo dicembre i lavori, del valore di 5 milioni di euro, dovranno essere ultimati. L’Amministratore delegato di Enav, Roberta Neri, riconfermata A.d. lo scorso18 marzo, in questa intervista a Teleborsa, ha illustrato tutti gli sviluppi dell’attività Enav in campo internazionale.

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La Libia vuole volare su Milano e Roma, ma la burocrazia frena

Lo spazio aereo italiano è interdetto ai voli libici dal 2015, senza neanche le eccezioni al divieto per gli aerei-ambulanza. Ma adesso si profila la possibilità che la compagnia Libyan Wings possa assicurare alcuni voli da Roma e Milano, per via di un interesse che sta nuovamente prendendo piede. Come ovviare però a quel provvedimento di due anni fa?

La società aerea, con sede presso l’aeroporto internazionale di Mitiga, a soli 8 chilometri da Tripoli, è nata per l’iniziativa di un gruppo di imprenditori libici capitanati da un 35enne formatosi in Gran Bretagna. Oltre a servire come il centro amministrativo, l’aeroporto sarà anche hub con l’intenzione di investire in una vasta gamma di rotte. Ma ovviamente occorre una struttura messa a norma al fine di garantire controlli di sicurezza da un lato e assicurare dall’altro un livello di manutenzione agli aeromobili che il vettore ha acquistato (sei Airbus).

Ecco, però, che senza uno sforzo costruttivo e armonico che bypassi quella chiusura dello spazio aereo decisa dagli allora vertici della Polizia, una potenziale finestra sul Paese nordafricano a cui è dedicato il Forum di Agrigento del 7 e 8 luglio non potrà aprirsi. In Libia c’è una grande domanda di italianità, ma imprese italiane che intendono tornare ad investire in Libia possono farlo solo tramite un volo che preveda uno scalo a Tunisi. Persino la Turkish Air sta aprendo un collegamento diretto con Tripoli, mentre Roma non riesce ancora a comprendere il peso specifico di una rotta ad hoc.

Ad oggi i voli cargo da Tripoli verso Balcani e Turchia comunque sfiorano le coste italiane, passando a 20 miglia dalla Sicilia. Converrebbe, quindi, mettere in piedi una security per quei lavoratori di Enac chiamati ad operare in Libia, creando le premesse tecniche e logistiche legate alla sicurezza, per dar vita a questo collegamento. Inizialmente potrebbe essere ipotizzabile un volo a settimana da Malpensa e Fiumicino, ma con l’intenzione di seguirne il trend e quindi implementarlo anche per le possibili interconnessioni con altri Paesi dell’Africa sub sahariana da raggiungere, perché no, con il medesimo vettore.

Tra l’altro la prospettiva potrebbe prevedere anche uno sbocco occupazionale per gli italiani coinvolti, senza dimenticare che già esistono realtà che lavorano con Enac in loco. Il volo diretto dall’Italia potrebbe ovviare ai mille passi di lato che fino ad oggi Roma ha compiuto, mentre tanto per dirne una francesi e inglesi sono nel paese in pianta stabile ormai da tempo.

Certo, va registrata la recente apertura del consolato italiano a Tobruk ma sarà utile valutare quanto l’Italia è realmente interessata a rafforzare davvero un rapporto bilaterale, in prospettiva sia con Haftar che con Al-Serraj, ed oggi con un tessuto socio-imprenditoriale intero che aspetta gli italiani a braccia aperte.

Tra l’altro sembra che il Governatore della banca di Libia sia ben disposto a rinegoziare i termini degli accordi risalenti al Trattato di Amicizia che legava i due Paesi, che poi venne stoppato alla caduta del regime sotto le bombe francesi. Ma la carta del volo diretto, con l’infrastruttura di sicurezza da cui sarà circondato, potrebbe anche offrire una via di fuga anche al dossier migrazioni, con un occhio di controllo in più su quei 50 chilometri di coste dove da tempo anche gli irlandesi sono presenti.

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L’aeroporto di Tripoli ricostruito dagli italiani: finalmente qualcosa si muove

Dopo mesi controversi e ricchi di dubbi più che di certezze, qualcosa si sta muovendo il Libia da un punto di vista delle opportunità per le imprese italiane.

Infatti un consorzio di casa nostra ha siglato a Tripoli un accordo con il governo per ricostruire l’aeroporto che, dal 2014, è di fatto inutilizzabile. Si tratta di due terminal che saranno dedicati ai voli nazionali e a quelli internazionali.

Parliamo di circa 30mila metri quadrati di superficie totale, per un progetto che vedrà i primi risultato entro massimo un anno, mentre per il secondo terminal saranno necessari ulteriori sei mesi. E l’importo dovrebbe aggirarsi sugli 80 milioni di euro.

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Bengasi nuovamente libera: l’annuncio del generale Haftar

Sono stati necessari tre anni di scontri, combattimenti e strategie per liberare la seconda città della Libia dalla presenza degli estremisti islamici. Così il Generale Khalifa Haftar annuncia che Bengasi è stata “depurata” degli adepti dell’Isis.

Secondo l’emittente Sky News Arabiya “Il comando generale dell’esercito nazionale libico ha annunciato oggi la ripulitura definitiva della città di Bengasi, nell’est della Libia, dai terroristi”.

Plaude anche il premier del governo di accordo nazionale di Tripoli, Fayez al Sarraj, inviando le proprie congratulazioni “al popolo libico e in particolare alla gente di Bengasi in occasione dell’annuncio della liberazione della città”. E osserva in un comunicato: “Finiscono così anni di sofferenze per la popolazione e può iniziare la fase di ricostruzione. Credo che la prossima fase sarà l’inizio dello Stato democratico unito con un unico esercito e uniche istituzioni in modo da avere la stabilità e la sicurezza in tutta la Libia”.

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Obiettivi e premesse del Forum italo libico di Agrigento

forumLa Farnesina vuole cambiare passo sulla Libia? Il primo Forum economico italo-libico, ad Agrigento il 7 e l’8 luglio, ha l’obiettivo di dare seguito alla visita del Ministro degli Esteri Angelino Alfano a Tripoli dello scorso 6 maggio, quando venne accolto dal Vice Primo Ministro Maiteeg. Obiettivo del neo movimentismo tra le due sponde del Mediterraneo è aprire una riflessione approfondita, con la presenza imprescindibile del settore privato, sulle prospettive che si apriranno nel mercato libico per le imprese italiane.

“La Libia costituisce storicamente un partner d’eccezione per l’Italia, non solo sul piano politico e della sicurezza, ma anche su quello economico”, ha ribadito Alfano, aggiungendo che “il Governo italiano è fortemente impegnato per la stabilizzazione del Paese e il ripristino delle condizioni di sicurezza necessarie per il rilancio delle relazioni bilaterali sotto tutti i profili e, in particolare, per quanto riguarda la cooperazione economica, infrastrutturale ed energetica”.

E ancora: “Il Governo italiano intende rafforzare l’amicizia e la cooperazione nelle aree dello sviluppo economico e sociale e, in particolare, sostenere gli sforzi per la ricostruzione della Libia. Vogliamo consolidare ulteriormente il partenariato bilaterale, fondato sulla cooperazione economica, infrastrutturale ed energetica e promuovere in entrambi gli Stati ulteriori attività di cooperazione economica e commerciale”.

Quattro i panel del Forum (presso il Dioscuri Bay Palace Hotel di San Leone) dedicati a prospettive per gli investimenti internazionali in Libia; energia e reti; quadro finanziario e crediti delle aziende italiane; infrastrutture.

Tra i relatori i ministri libici dell’Economia Nasir Shaghlan e della Finanza Abubaker Ghafal e i rappresentanti di CDP-Sace, Confindustria, Unicredit, FSI, Leonardo tra i numerosi partecipanti per parte italiana.

Nella sera del 7 dopo la firma della Dichiarazione ci sarà un pranzo presso l’hotel Villa Athena di Agrigento, al quale parteciperanno, oltre alle delegazioni ministeriali italiana e libica, esponenti del mondo imprenditoriale italiano.

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Il progetto armonico e di visione che manca in Libia

Che Libia avremo nel 2020? Gli errori politici sul binomio mai realmente armonizzato, Serraj-Haftar, in Libia stanno producendo destabilizzazione e scontri a fuoco, con innocenti ancora a pagare il dazio più caro. Ci sono intere famiglie tra i feriti civili dopo gli scontri scoppiati nel quartiere Abu Salim, a Tripoli. Si combatte e non si scorge un barlume di speranza in questa terra martoriata dal caos del post Gheddafi, dove tutte le ricette applicate non sono risultate corrette, né tantomeno caratterizzate da una visione.

Alla Libia manca un progetto armonico e di prospettiva, anche a causa di attori protagonisti che non possono dirsi soddisfacenti, per nomi avanzati e idee applicate. Troppo tempo si è perso con l’ex commissario Onu Bernardino Leon, di cui nessuno (davvero?) aveva intuito le mire carrieristiche emiratine. Tra l’altro i critici di Leon, negli ultimi tre anni, sono stati troppo facilmente relegati a scomode Cassandre, salvo poi scoprire che avevano ragione in toto.

L’avvento poi del tedesco Martin Kobler, che è stato preferito ad un’eventuale candidatura italiana che era nello stato delle cose, nonostante le resistenze del blocco centroeuropeo, ha portato in dote il nome di Serraj, che però non è riuscito a intrecciarsi con chi, gioco forza, andrà coinvolto seriamente in un discorso relativo alla stabilizzazione istituzionale del paese. Il generale Haftar è un interlocutore regionale preciso di cui non si può fare a meno.

E’chiaro che senza una decisa progettazione del caso Libia e con le incertezze della nuova amministrazione americana che sul Mediterraneo ha già fatto trapelare un netto disimpegno, se ciò che resta dell’Ue non metterà in campo un intervento netto e credibile, sorgerà solo altro caos e altra morte. Con i civili a pagare (ancora) pegno per le deficienze strutturali della politica.

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Non è mai troppo tardi per parlarsi (e risolvere il caso Libia)

Con dieci (o forse più) mesi di ritardo oggi si sono finalmente incontrati (anche se ufficiosamente lo avevano già fatto) il generale Khalifa Haftar e il premier libico Fayez al-Serraj al Cairo. E’ora che l’Ue e i partner geopolitici comprendano come, senza una costruttiva interlocuzione con Tobruk, sarà difficile stimolare una vera normalizzazione istituzionale della Libia.

Fino ad oggi è stato perso molto tempo circa una possibile analisi e un obbligatorio confronto tra chi è stato designato dall’Onu e chi ha il controllo di una parte significativa del territorio. Ci si rende conto (solo oggi?) che il procedere con impulsi esterni e senza la fisiologica dialettica con tribù e regioni locali sarà foriera di ulteriori elementi destabilizzanti, gli stessi che non hanno consentito nell’era del post-Gheddafi la normalizzazione istituzionale del Paese. La fase di acuta instabilità, oltre che essere boccone succulento per il terrorismo legato all’Isis, non consente ad esempio alle aziende italiane di tornare protagoniste in Libia, nonostante i 5 miliardi di crediti vantati siano certificati.

L’obiettivo di una Unione Europea responsabile e utile alla causa mediterranea deve essere quello di armonizzare le istanze dei territori libici, e non chiudersi a riccio su posizioni ortodosse che non portano a sviluppi. L‘effetto Siria, con la balcanizzazione di porzioni di territorio va evitato, anche se tutti sanno che francesi e inglesi hanno da tempo sezionato pezzi di Libia con propri mezzi, civili e militari.

L’auspicio è che anche l‘Italia, oltre alla firma del trattato sui migranti, pigi sull’acceleratore affinché le proprie aziende che da anni attendono il giusto riconoscimento, non siano lasciate nuovamente sole, e possano finalmente tornare a fare ciò che sanno: esportare il know how italiano e quella capacità umana che ci è invidiata in tutto il mondo.

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Immigrazione: gli obiettivi (ambiziosi) dell’accordo tra Tripoli e Roma

Immigrazione, controllo delle frontiere e contrasto al traffico di esseri umani, ma con il grande dubbio legato alla potenzialità del governo di Tripoli. Sono i tre temi al centro dell’accordo tra Libia e Italia siglato oggi nella capitale libica alla presenza del ministro dell’interno italiano Marco Minniti e del premier sostenuto dall’Onu Al Serraj.

Tre gli obiettivi del protocollo: stabilizzazione del paese, contrasto al traffico di esseri umani e cooperazione contro il terrorismo. L’Italia contribuirà a sigillare il confine meridionale del paese, quello con il Niger, da cui transitano la maggior parte dei migranti che entrano dall’Africa subsahariana. Roma garantirebbe investimenti e aiuti come i pattugliatori e impianti radar.

In sostanza si riprende la tela già tessuta in occasione di due accordi passati, del 2008 e del 2012, il primo dei quali sottoscritto dall’allora ministro dell’interno Roberto Maroni con il governo di Muammar Gheddafi. Non mancano i punti di domanda: il maggiore riguarda il fatto che governo di Al Serraj non è in grado di garantire un controllo del territorio al di fuori della capitale.

Cosa ha detto il gen. Haftar al Corriere della Sera

Fonte: Corriere della sera del 02/01/17

di Lorenzo Cremonesi

Dalla guerra contro l’Isis e il suo grande rispetto per il rapporto con Mosca, passando per la questione migranti, sino alle difficoltà nelle relazioni con l’Italia e con il governo di Fayez Serraj a Tripoli: per quattro ore il nuovo uomo forte della Cirenaica ha accettato di incontrarci nel suo ufficio in una base super protetta vicino all’aeroporto di Bengasi. «Gli italiani da noi sono sempre benvenuti. Peccato che alcuni abbiano scelto di stare con i nostri nemici», esordisce il generale Khalifa Haftar. Nato il 7 novembre 1943 nella regione di Bengasi, sostenitore della prima ora di Gheddafi, diventato suo generale fidato, poi però passato tra i ranghi dell’opposizione, esiliato negli Stati Uniti e tornato con la speranza di guidare da militare di professione la rivoluzione del 2011, Haftar replica offeso a coloro che lo paragonano al Colonnello per il suo piano di ricostruire l’esercito partendo dalla Libia orientale, mirando a sconfiggere le milizie e scacciare i jihadisti da tutto il Paese. «Io come Gheddafi? Una menzogna ridicola e senza fondamento! Chi lo dice ignora la mia lunga e sofferta lotta contro di lui», sbotta brusco.

Generale, tre anni fa l’accusarono di golpe quando annunciò la sua intenzione di usare il vecchio esercito contro il terrorismo dell’Isis. Oggi i suoi fedelissimi sono alla periferia di Tripoli e la regione di Bengasi appare molto più sicura. Dove porta la sua battaglia?
«Per comprendere i nostri successi occorre ricordare che nascono dalle delusioni dopo la caduta di Gheddafi. I libici si attendevano pace, sicurezza e democrazia. Ma da subito sono cresciute le forze del radicalismo legate ai Fratelli musulmani. I libici già nel 2012 vennero chiamati al voto. Però dopo decenni di dittatura non avevano alcuna idea di cosa volesse dire democrazia. Semplicemente non erano pronti. Così dal Consiglio di transizione e dal primo Parlamento di Tripoli sono emerse le forze del terrorismo. Il popolo ha eletto le persone sbagliate, che ne hanno approfittato per promuovere Al Qaeda e persino il nuovo Isis assieme a una visione pericolosa dell’Islam».

Lei quando è sceso in campo?
«Voi europei non sapete con quanta rapidità l’Isis e i movimenti islamici locali come Ansar al Sharia abbiano cominciato a minacciare, sequestrare, assassinare tutti coloro che consideravano nemici. È iniziato specialmente nell’Est, ma si è sparso a macchia d’olio. Dal 2012 sino all’inizio della mia Operazione Karama (Dignità, ndr) nel maggio 2014 sono stati uccisi oltre 700 militari e almeno altrettanti civili tra Bengasi e la Cirenaica: per lo più giornalisti, intellettuali, cristiani, avvocati, professori, giudici, imam moderati, difensori dei diritti delle donne, esponenti della società civile. Chiunque protestasse, anche solo su Internet, veniva eliminato brutalmente e le foto dei cadaveri diffuse per incutere paura, obbligare al silenzio».

Come si è organizzato?
«A Tripoli ho provato a lanciare appelli, a chiedere aiuto ai vecchi militari. Ma il governo voleva arrestarmi. Allora sono venuto a Bengasi. Ho raccolto 300 volontari tra i soldati più fedeli assieme a 25 ufficiali armati e dotati di 75 veicoli di vario genere. Il 16 maggio 2014 abbiamo attaccato in forze Rafallah Sati, la base dell’Isis e Al Qaeda nel centro di Bengasi. Loro controllavano 7.000 uomini. Ma non si aspettavano il nostro assalto e abbiamo ucciso 250 dei loro capi. Il giorno dopo davanti alla mia caserma c’erano 2.000 nuovi volontari, tanti con i loro fucili e negli zaini cibo per un mese. Poi il nostro numero non ha fatto che crescere. Ora conto di una forza di 50.000 uomini, che controlla circa l’80 per cento del Paese. Pattugliamo i pozzi petroliferi e i terminali qui nell’Est a Ras Lanuf, Brega, Al Sidr. Nessuno ruba gas o greggio. Vige la legalità. Anche i berberi delle montagne di Nafusah, a sud di Tripoli, sono nostri alleati».

In quella zona si trova prigioniero Saif al Islam, il figlio più noto di Gheddafi. Ha un futuro politico?
«Non lo credo proprio, è politicamente bruciato».

Quante perdite ci sono state?
«L’Isis e i jihadisti hanno subito circa 7.000 morti. Ma hanno ricevuto nuovi volontari dall’estero. Oggi ne restano 150 a combattere accerchiati in due quartieri di Bengasi. Noi abbiamo perso circa 5.000 soldati. Purtroppo i jihadisti vengono aiutati anche da alcune tra le milizie di Misurata, che sono radicali e combattono il nostro progetto di smantellarle in nome della supremazia dell’esercito».

Misurata ha perso 1.000 uomini contro l’Isis negli ultimi mesi a Sirte, perché dovrebbe aiutare le colonne jihadiste a Bengasi?
«Senza l’aiuto americano Misurata non avrebbe mai preso Sirte. Loro si sono mossi solo quando hanno visto che i miei soldati stavano per accerchiarla. E comunque alcune delle loro brigate, come la Faruq, sono alleate dell’Isis, ne condividono fanatismo e credo religioso».

Ultimamente lei è stato a Mosca. Una visita che coincide con la crescita dell’influenza russa in Medio Oriente, specie dopo la ritirata dei ribelli siriani da Aleppo. Ha ricevuto aiuti da Putin?

«La Libia ha una lunga storia di ottime relazioni con la Russia. Io mi sono recato a Mosca anche perché volevo rimettere in vita alcuni contratti interrotti nel 2011. Ho molto apprezzato la politica di Putin e i suoi sforzi nella lotta contro il terrorismo in Medio Oriente».

Le ha promesso armi?
«Mosca fa parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che ha votato l’embargo militare nei nostri confronti. Si muove in modo serio, rispettando le convenzioni internazionali. Ci è stato detto che le armi possono arrivare solo dopo la fine dell’embargo e Putin si impegna per cancellarlo. Comunque noi ci aspettiamo aiuti da tutti per combattere l’Isis. Saremmo ben contenti di cooperare con la Gran Bretagna, la Francia o la Germania. Italia compresa, purtroppo sino a ora il governo di Roma ha scelto di aiutare soltanto l’altra parte della Libia. Avete mandato 250 uomini tra soldati e personale medico per gestire l’ospedale di Misurata. A noi nulla. Negli ultimi giorni ci era stato promesso l’invio di due aerei per trasportare negli ospedali italiani alcuni dei nostri feriti gravi. Ma sino a ora non sono arrivati, forse per il brutto tempo. Ci saremmo aspettati maggior cooperazione. Non abbiamo apprezzato il discorso di fine d’anno del vostro capo di Stato maggiore in visita a Misurata».

Cosa intende?
«Ha detto che l’Italia sostiene le milizie di Misurata, cosa che va oltre una pura missione medica di pace. Conosco le tematiche del vostro ospedale. Il numero due della vostra intelligence è un mio caro amico, viene spesso a trovarmi e ne abbiamo parlato più volte. Però consiglierei ai Paesi stranieri e al vostro di non interferire nei nostri affari interni. Lasciate che siano i libici a occuparsi della Libia».

I migranti in arrivo dalla Libia rappresentano un grave problema europeo. Siamo tutti coinvolti, non crede?
«Noi siamo un Paese di transito. Se il nostro esercito controllerà i nostri confini meridionali il problema si ridurrà per tutti. E ciò vale anche per la questione degli impianti energetici tanto cari all’Italia. Sarei ben contento di parlarne con i dirigenti dell’Eni».

L’Italia come gran parte dell’Europa e l’Onu sostengono il governo di unità nazionale del premier Serraj. Lei è pronto a cooperare con lui?
«Siamo in una situazione di guerra, dominano le questioni legate alla sicurezza. Le circostanze non sono favorevoli ai tempi della politica. Occorre combattere per salvare il Paese dagli estremisti islamici. Io comunque ho cominciato a dialogare con Serraj ben due anni e mezzo fa. Senza alcun risultato concreto. Battuti gli estremisti potremo tornare a parlare di democrazia ed elezioni. Ma non ora».

Lo stesso Serraj chiede di negoziare. La stampa algerina scrive che state per incontrarvi. Conferma?
«No. Non so niente di questo. Personalmente non ho nulla contro Serraj. L’ultima volta ci siamo parlati direttamente il 16 gennaio 2016. Il problema non è lui, bensì le persone che gli stanno attorno. Se intende davvero lottare per pacificare il Paese, impugni il fucile e si unisca ai nostri ranghi. Sarà sempre benvenuto».