Né vertici né promesse. Haftar punta dritto ai pozzi (per il futuro della Libia)

Fonte: Formiche del 22/02/2019

Dopo la presa di El Feel, emerge chiara la strategia del generale: ovvero dove non riesce la politica delle conferenze e dei vertici, arriva il pugno duro dell’uomo forte della Cirenaica. Così dopo aver liberato Sharara ecco la minaccia della forza anche all’altro giacimento portante del Paese

Dove non riesce la politica delle conferenze e dei vertici, arriva il pugno duro dell’uomo forte della Cirenaica. Ecco la nuova strategia per la Libia del generale Khalifa Haftar, resa ancora più evidente all’indomani della presa del giacimento di El Feel, dopo aver “liberato” dai miliziani Sharara.

Un passo, deciso e coordinato, che si somma al caos in Tripolitania e al gradimento popolare verso la sua avanzata nel sud del Paese: segno che forse il popolo libico aspetta, sempre e comunque, un uomo forte?

SHARARA & EL FEEL

L’annuncio arrivato giovedì sera parla chiaro: le forze militari della Cirenaica hanno preso il controllo del giacimento Elephant di El Feel la cui produzione non ha subito interruzioni e continua al ritmo di 75mila barili al giorno. Testimoni oculari hanno anche smentito le voci di possibili scontri armati all’interno del campo situato nel profondo sud della Libia.

È evidente che il gestore del giacimento, Mellitah Oil and Gas (nata dal tandem Noc e Eni) è preoccupato per i possibili sviluppi, non solo circa la sicurezza del proprio personale, ma anche circa gli scenari futuri.

Non va dimenticato infatti che lo schema per El Feel è lo stesso applicato al giacimento Sharara, il più grande del Paese che da solo può contare su circa 315mila barili al giorno, contribuendo in modo determinato alla produzione complessiva della Libia. Aveva smesso di operare nel dicembre scorso, a seguito di una serie di attacchi armati condotti dalle milizie esterne con la complicità di quegli agenti che avrebbero dovuto garantirne la sicurezza e l’impenetrabilità. Dopo “l’intervento” dei fedelissimi di Haftar sarebbe pronto a riprendere la produzione ma è evidente che se ciò dovesse accadere nel brevissimo tempo muterebbero i rapporti di forza, a maggior ragione dopo il bis a El Feel.

A SUD

Un altro effetto, come osservato dallo speaker della Lna, Ahmed Mismari, è che possono riprendere i collegamenti aerei delle compagnie petrolifere dirette a El Feel e al vicino giacimento petrolifero di El Sharara. Un risultato che permette così di bypassare il divieto della stessa Lna ai voli sprovvisti del suo nulla osta e di cogliere i frutti dell’attacco che ha sferrato dopo che un aereo era atterrato con a bordo un comandante “rivale”, ovvero del governo targato Onu di stanza a Tripoli.

Insomma, emerge un leader come Haftar che mai come in questo frangente ha scelto la strada dell’accelerazione, con l’obiettivo neanche troppo velato di issarsi come salvatore del Paese e immaginando, a corredo di questa strategia, un ingresso a Tripoli, dove il contrappeso al momento si ritrova nel ministro dell’interno Bashaaga.

Quest’ultimo, pur non avendo compiuto passi ufficiali per stemperare l’avanzata di Haftar, ha innescato un meccanismo di profonda riforma amministrativa che, nelle intenzioni, dovrebbe condurre la Libia a conservare l’unità grazie ad una trasformazione amministrativa ormai non più procrastinabile. In secondo luogo vorrebbe anche stimolare le milizie di Tripoli a fare squadra e a cementarsi attorno al governo di Al-Serraj.

Però non mancano gli scogli sulla strada della nuova fase per la Libia. Arriva da Marzuq, obiettivo dell’avanzata a sud, la notizia dell’assassinio del generale Ibrahim Mohamad Kari freddato da “un gruppo armato fuorilegge” per un “crimine codardo”, come lo ha definito il governo. Si trattava di un membro della comunità minoritaria di Tubu.

SCENARI

Bengasi e la percezione dei suoi cittadini sta giocando ovviamente un ruolo nell’economia complessiva del futuro libico. Si pensi solo al fatto che la banca centrale con sede a Tripoli aveva quasi 75 miliardi di dollari in riserve estere, ma invia al governo orientale briciole. Per cui in molti a Bengasi guardano ai militari (e non più alla politica) per la gestione dell’amministrazione quotidiana.

Sui nuovi sviluppi incidono, non poco, due fattori: da un lato il caos in Tripolitania con l’incapacità di gestire sia le turbolenze delle tribù che le intromissioni dell’Is e dall’altro la lentezza con cui l’inviato Onu Ghassan Salamè sta applicando la road map della comunità internazionale. Infatti la conferenza che si sarebbe dovuta tenere in febbraio è di fatto saltata.

E non va sottovalutato l’impatto popolare verso l’avanzata di Haftar a sud, come dimostra l’operazione della Lna dello scorso gennaio, a cui guardano con favore molte tribù nella regione che aspettano l’uomo forte che prende in mano la situazione, più che un tavolo di discussione. Sarà questo il punto di caduta finale?

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