Washington chiede all’Italia la “fase due”. Ma Roma sulla Libia cosa rischia?

Da un lato il governo uscente di Washington che chiede a Roma una “fase due” sulla Libia. Dall’altro il rischio che Roma, con un governo probabilmente agli sgoccioli causa referendum del prossimo dicembre, non sia in grado di fare molto.

Nella sua visita alla Casa Bianca Matteo Renzi non solo ha ricevuto una sorta di investitura da parte di Obama sui destini post referendum, ma anche con riguardo al Mediterraneo di domani.

Certo è che, prima del domani, andrà affrontato l’oggi con una Libia in cui a Tripoli Onu e Usa continuano a puntare su Al Serraj, che rischia però di non avere il polso dei territori. Se la cosiddetta “fase uno” ha riguardato la creazione del governo Serraj, è la vulgata andata in scena durante l’incontro Obama-Renzi, la “fase due” consisterà senza dubbio (almeno nelle intenzioni) nel dar seguito alla cacciata dell’Isis da Sirte con un sostegno a Serraj sul piano diplomatico, economico e anche militare.

Un accordo, quindi, andrebbe ricercato con energia con il vero grande interlocutore che sui territori ha presa: il generale Haftar alleato con la componente di Tobruk, sostenuto dall’Egitto e dalla Russia. I 300 soldati italiani che hanno messo su l’ospedale di Misurata fanno il paio con l’intelligence italiana presente in loco. Meglio però hanno fatto francesi e inglesi, che da molto più tempo sono presenti nel paese in due distinte aree.