Libia, lo scenario peggiore e il dualismo Haftar-Sarraj

Cosa significa la presa, da parte delle truppe di Tobruk guidate dal generale Khalifa Haftar, dei porti petroliferi di Zueitina, Brega, Sidra e Ras Lanuf? In primo luogo è uno smacco al governo di unità nazionale di al-Sarraj sostenuto dall’Onu, al momento in netta difficoltà nel presidiare il territorio e postazioni così significative e strategiche come sono i porti petroliferi. In secondo luogo si assiste allo scenario peggiore che si potesse ipotizzare per il dossier libico: ovvero una contrapposizione fazionistica esasperata tra due blocchi di potere (e di alleanze) nel paese, che allontana di fatto la normalizzazione istituzionale tanto auspicata.

Il controllo della Mezzaluna petrolifera da parte del generale Haftar, che comanda l’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) ostile al governo di Tripoli, presenta anche un risvolto tecnico non secondario. Le Guardie delle strutture petrolifere libiche (Pfg), che al momento sono alleate del governo di accordo nazionale di Tripoli, hanno infatti ceduto i porti di greggio senza combattere, quasi a voler certificare un’evidenza ovvero la non completa realizzazione del piano targato Onu, con un governo quello di Sarraj ancora incerto e poco solido in loco (e nella strategia decisionale).

Lo stesso presidente del Consiglio presidenziale libico, Sarraj, che si trova per qualche giorno in Italia, ha replicato alla presa dei porti annunciando una sorta di controffensiva per la ripresa dei terminal, così come si legge sul profilo Facebook del Consiglio di Tripoli. Il pensiero dell’ambasciatore Giorgio Starace, inviato speciale del governo italiano per la Libia, ovvero che è assolutamente necessario evitare un pericoloso conflitto per il controllo dei terminal petroliferi in Libia, è condivisibile per mille e più ragioni. Non sarà certo con altro bagno di sangue e altra lotta (armata e colorata di greggio) che si salderanno vecchi conti e si aprirà una pagina nuova per la Libia. Ma solo una stagione di dialogo e di interlocuzioni fruttuose con tutte le componenti del paese (tribù in primis) permetterà di abbassare o toni e ragionare sull’organizzazione futura.

E proprio nel momento in cui in Siria si assiste ad un tentativo di intermediazione tra due blocchi, distanti e distinti, è un vero peccato che in Libia si riaccenda un focolaio che, nonostante fosse rimasto acceso e ardente sotto i carboni, poteva essere sulla strada dello spegnimento progressivo.

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Nomina di Al Nakua come ramoscello di ulivo verso Haftar?

La nomina del colonnello Najmi Ramadan Khair Al Nakua a comandante della guardia presidenziale da parte del presidente del Consiglio presidenziale libico, Fayez al Sarraj, può essere un ramoscello di ulivo inviato al Generale Haftar?

Al Nakua, che avrà come vice i colonnelli Mohamed Abu Bakr Laqri e Ibrahm Ahmed Abdullah Bilad, è nato a Garian ed il suo nome è stato proposto dal Colonnello Salem Juha, una sorta di ambasciatore incaricato di mediare tra le forze che sostengono il generale Kahlifa Haftar e i misuratini. Il fatto che sia anche un personaggio gradito ad Abu Dhabi, dove è stato impegnato come addetto alla Difesa, rappresenta un altro passaggio che contribuisce a comporre (e anche a chiudere?) questo intricato cerchio.

Nata per volontà governativa lo scorso maggio, la guardia presidenziale rappresenta una sorta di corpo scelto, incaricato di sorvegliare e proteggere il Consiglio presidenziale e tutte le altre istituzioni sovrane, come ad esempio la Banca Centrale della Libia. Ma nei primi mesi fortissime sono state le controversie circa la sua composizione, con da un lato le fazioni in auge a Misurata e dall’altro la componente internazionale legata all’uomo Onu Martin Kobler, che da tempo ormai ha puntato tutto su Al-Serraj.

Il fatto che un nome, anche se non proprio condiviso, ma praticamente a metà strada tra le due fazioni possa utilizzare quello scranno per alleviare dissapori e scontri all’interno del paese, è un’opzione al momento sul tavolo. Nel caso si concretizzasse sarebbe da salutare senza dubbio in primis con ottimismo e poi con realismo. Il processo che dovrebbe condurre alla normalizzazione istituzionale della Libia è ancora lungo, farraginoso e frastagliato.

Ma da oggi uno strumento significativo come la guardia presidenziale è presente nello scacchiere del paese con una testa di ponte che non è un nome di rottura. E questa è una buona notizia.

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