Come si bonifica la miscela esplosiva libica

di Gian Franco Damiano*

Lo scenario della Libia odierno è il frutto di una serie di eventi non solo successivi alla rivoluzione del 2011. Le contraddizioni di un regime, durato oltre un quarantennio, in un paese sospeso tra ricchezza e arretratezza indotta, hanno costituito una base ideale per fare della Libia un Paese scosso da fermenti incontrollabili.

Le legittime aspirazioni ma maggiormente le spinte dettate da interessi contrari alla ricostruzione di una Libia moderna e democratica, hanno costituito una miscela esplosiva e, come se non bastasse, si sono aggiunti i fermenti del terrorismo che inquinano pesantemente, con l’arma del terrore, la stessa popolazione libica.

In questo scenario le problematiche sono state aggravate da posizioni, ma sopratutto disinteresse e incomprensioni della maggior parte dei paesi stranieri, lontani dal capire le dinamiche in atto e talvolta complici o comunque passivamente presenti. Oggi si ritiene che la Libia stia rischiando davvero di oltrepassare la linea di non ritorno verso il futuro e non si tratta soltanto di un problema regionale bensì d’interesse molto più ampio capace di arrivare a trasformazioni impensabili.

Per questo motivo riteniamo che si debbano attivare in modo concreto e definitivo tutte le iniziative capaci di stabilire condizioni di governabilità e di sicurezza in Libia.

Le iniziative messe in campo dalla comunità internazionale, attraverso l’Onu, sono state incapaci di costruire un percorso di integrazione tra le due componenti principali del Paese, l’Est e l’Ovest.

L’esperienza di Bernardino Leon, e ad oggi anche quella di Martin Kobler, sono viziate da una forte incapacità di individuare i libici che possano considerarsi esponenti legittimi del Paese. Sicuramente era ed è una percorso difficilissimo sopratutto perché si tratta, più o meno chiaramente, di una imposizione: i libici devono governare questo processo di riappacificazione e solo grazie alle loro volontà sarà possibile uscire dal grave stato attuale che rischia di rendere tutto inutile.

Le varie composizioni dei governi che si sono succeduti, sono state vanificate per le tensioni, le minacce, le violenze subite e non ultimo anche per favorire interessi personali di alcuni che, grazie all’utilizzo di formazioni paramilitari, non hanno certamente a cuore il bene della Libia.

Non possiamo più permettere che questa situazione continui, come non possiamo accettare che si disegni una divisione della Libia in tre parti, che il terrorismo si espanda ulteriormente e neppure che il destino del Paese possa essere deciso – come spesso abbiamo visto – a tavoli dove i libici non godono di alcuna rappresentanza.

Altra questione importante sono le politiche di alcune nazioni che vedono nel mantenimento dell’instabilità della Libia la condizione migliore per arrivare a costruire nuovi scenari con nuove egemonie in settori strategici (energia, telecomunicazioni, commercio, agricoltura, …)

E l’Italia? In questi anni ha pendolato in modo pauroso: dall’interventismo di alcuni ministri al rifiuto di una mediazione di Romano Prodi richiesta dagli stessi libici, dalla scarsa considerazione dei report della nostra intelligence alla mancata protezione, anche economica, delle nostre imprese, dal non voler crescere per essere interlocutori determinanti sullo scenario internazionale e sopratutto mediterraneo al non voler capire che i libici aspettano maggior concretezza da parte dell’Italia.

Il rischio che oggi corriamo, e per niente trascurabile, è che i libici perdano definitivamente fiducia nel nostro Paese.

La capacità concreta per la pacificazione in Libia non si misura solo in funzione di addestramento militare e di fornitura di armamenti ma in una sostanziale affiancamento alle esigenze reali e fondanti di un Paese che vuol crescere e che ne ha le condizioni.

* Presidente della Camera di Commercio italolibica

E’Sirte la chiave per la svolta in Libia. Ora l’Ue apra la fase 2

E’Sirte la chiave per dipanare il primo step del caos libico legato alla presenza dell’Isis. Dopo le azioni delle truppe fedeli al Generale Haftar nella zona di Bengasi che secondo Fadel al Hasi, capo delle forze speciali dell’esercito libico, hanno fruttato la conquista di altre due posizioni strategiche, ecco che le milizie di Misurata (con il supporto di soldati americani e inglesi) hanno fatto segnare un altro punto a favore della lotta al Califfato.

I miliziani dello Stato islamico sono stati respinti nella zona occidentale di Sirte, dove ormai gli adepti dell’Isis sono accerchiati. Si tratta di posizioni ormai sotto il controllo delle forze militari leali al Consiglio di presidenza del governo di accordo nazionale libico, guidato dal premier Fayez al Sarraj, che sei giorni fa sono riusciti a riprendere gran parte della città.

A questo punto occorre uno scatto di reni, sia da parte della comunità internazionale che dell’Europa (quindi dell’Italia) che lavori ad una fase due per giungere a un doppio risultato: da un lato evitare che l’Isis, in fuga verso sud, ricostruisca le proprie basi nel deserto del Fezzan, e quindi riprenda altrove la propria deriva terroristica; e dall’altro consegnare a Tripoli il ruolo di entità sovrana centrale, al fine di percorrere un altro chilometro nella strada verso la normalizzazione istituzionale del paese.

Ma il tutto, per avere una ben definita cornice programmatica e non dettata da un’altra foga emergenziale che non frutta in prospettiva, non potrà, per forza di cose, prescindere da un dialogo, costruttivo e leale, con chi ha avviato a Bengasi il contrasto all’Isis. E che nell’ottica di una ricomposizione armonica e unitaria dovrà sedere al tavolo che disegnerà i contorni della Libia del 2020.

Facciamo della Libia il nuovo approdo turistico del Mediterraneo?

Numerosissime volte ormai si è centrato il punto che la disoccupazione, cronica e virale, è magico propellente per chi, fedele alle istanze dell’Isis, arruola giovani libici e tunisini dando loro niente altro che uno stipendio (oltre alle note pasticche della guerra). La non presenza dello Stato, di un tessuto minimamente istituzionale, o della semplice possibilità di fare impresa e quindi offrire ricadute come manodopera e consulenze, da sola rappresenta una vittoria delle milizie legate al jihadismo.

Che sia il turismo uno degli obiettivi messi nel mirino dai terroristi lo dimostrano svariati attacchi, come quelli alle strutture sul Mar Rosso e quelli sulla spiaggia tunisina dello scorso anno. E’la ragione per cui, specificatamente in Libia, si deve accelerare senza indugi nel processo di normalizzazione istituzionale dando al paese, in tempi stretti, un governo che sia tale di nome e di fatto. L’interlocuzione con il Generale Haftar, il coinvolgimento dialettico di Egitto, Turchia e Russia dovrebbero essere la priorità per quell’Europa che vuole influire positivamente sui destini libici, con l’Italia protagonista e non semplice passacarte.

A quel punto, contando sulla congiuntura dell’intera macroregione, se si riuscisse a depurare il paese dagli strali dell’Isis, una possibile ricostruzione del tessuto sociale e industriale successivo alla rivoluzione del 2011, potrebbe partire proprio dal turismo e dall’infrastrutturazione ad esso associata, in cui le imprese italiane non sono seconde a nessuno.

In Libia, come nell’intera area nordafricana e sudmediterranea, serve programmare con lungimiranza strategie ed obiettivi, e non vivere alla giornata, scontrandosi con le emergenze che la cronaca quotidiana ci consegna. E’questo il solo modo per impedire il contagio siriano e contribuire a costruire un pezzetto di futuro.

Dall’India alla Libia, passando per la Grecia: ecco le pillole della guerra per l’Isis

Da Il Giornale del 5/6/16

Atene – Tre indizi che contribuiscono a comporre un pezzettino di quel puzzle che si chiama «rete Isis», con cui in troppi fanno affari.

Venti giorni fa poliziotti americani e greci hanno sequestrato nel porto ellenico del Pireo un carico con 26mila pasticche di Tramadol, destinate ai miliziani dello Stato Islamico: valore 13 milioni di euro. Si tratta di un forte narcotico oppioide sintetico utilizzato per sedare dolori e ferite. Erano stipate in un container proveniente dall’India, la cui destinazione finale era la Libia, dove l’Isis è braccata dalle truppe del Generale Haftar. Ma un informatore ha allertato gli investigatori ellenici che, da tempo, lavorano in tandem con la Dea.

Lo scorso novembre c’era stato un sequestro analogo, compiuto dalle autorità turche al confine con la Siria: 11 milioni di pillole di Captagon, ribattezzata «la droga del jihad» perché inibisce la paura. Chi le prende non dorme per giorni, ed è pervaso da un senso di onnipotenza. Le pillole di guerra sono ormai diffuse quanto le armi convenzionali: in Medio Oriente le usano praticamente tutti, infatti la stampa francese sostenne che anche il commando che lo scorso 13 novembre attaccò Parigi era «fatto» di Captagon. Un carico minore, da 700mila pezzi, era stato sequestrato in Egitto quattro mesi fa in un’operazione a cui partecipavano anche le intelligence dei Paesi europei affacciati sul Mediterraneo.

Nel Mare Nostrum non viaggiano quindi solo migranti. La rotta della droga per i jihadisti segue idealmente una linea orizzontale, da est a ovest, e investe principalmente i confini meno controllati a bordo di pescherecci, containers e mercantili. Come quello che nella notte della tragedia della «Norman Atlantic», che nel dicembre 2014 al largo di Corfù costò la vita a 11 persone (e 19 dispersi), sfuggì ad un radar cretese e giunse nel canale d’Otranto con a bordo non solo 400 siriani, ma si dice anche un carico speciale ben nascosto nella stiva. O come la nave containers giunta lo scorso anno sempre al porto del Pireo e su cui le autorità elleniche non sono mai riuscite ad accertare se, tra droga e anfetamine, vi fosse o meno la responsabilità diretta di un grosso armatore ellenico.

Da un anno ormai gli agenti del Dipartimento di Stato Usa cooperano con le forze di sicurezza greche per stanare possibili jihadisti in transito nell’Egeo, oltre che potenziali basi logistiche nel Paese. Già in occasione del massacro di Charlie Hebdo, si erano intensificati i controlli nella capitale greca grazie al lavoro di squadra tra polizia locale e Mossad che aveva portato all’identificazione di una cellula dormiente che si occupava di falsificare i documenti per terroristi. È di due giorni fa un report dedicato, da parte di Washington, che punta l’indice contro la permeabilità delle frontiere elleniche, definendole «una seria preoccupazione».

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