Rassegna stampa: cosa hanno deciso i ministri dei trasporti di Italia e Libia a Milano

(Fonte Reuters) – Italia e Libia puntano a riavviare il progetto dell’autostrada che dovrebbe attraversare il paese africano, nell’ambito di un graduale ripristino delle condizioni di sicurezza delle infrastrutture.

Lo hanno dichiarato il ministro dei Trasporti Graziano Delrio e l’omologo libico Milad Mohamed Maatouch, alla sua prima uscita da ministro fuori dal proprio paese, al termine di un bilaterale svoltosi a Milano.

La costruzione dell’autostrada – un’arteria da 1.750 km, con un costo di poco inferiore a un miliardo di euro e che dovrebbe collegare il confine con la Tunisia a quello con l’Egitto – era parte integrante degli accordi sottoscritti tra Italia e Libia dal governo Berlusconi e rilanciati dal governo Monti.

Ma la realizzazione, a carico del governo di Roma e assegnata parzialmente a un consorzio di imprese italiane tra cui Salini Impregilo, è stata resa impossibile dalla fase di instabilità in Libia.

“Abbiamo discusso di come riavviare questa infrastruttura”, ha detto Delrio nella conferenza stampa congiunta al termine dell’incontro. Sul tavolo anche il ripristino dei collegamenti aerei civili tra i due Paesi e la questione immigrazione, con l’offerta da parte della Guardia costiera italiana di addestramento e mezzi alla controparte libica per meglio pattugliare le coste.

 

Esodo libico, non erano Cassandre ieri. Ma oggi cosa fare?

Lo aveva detto un mese fa l’ambasciatore libico in Italia, Mustafà Rugibani in occasione del seminario promosso da Rete Libia a Roma: attenzione, 500mila persone sono pronte a partire dalle coste della Libia alla volta dell’Italia. Purtroppo non è stato ascoltato.

Dall’Europa, che non è riuscita a mettere in piedi un meccanismo virtuoso che preservi i diritti di chi parte e la sicurezza di chi riceve.
Dalla comunità internazionale, concentrata su altri dossier senza dubbio pregnanti come i gasdotti, la guerra in Siria e il prossimo referendum sul Brexit.
Da certa stampa, che anziché chiedersi come mai progetti e denari non risolvono un’emergenza sconfinano nella retorica del racconto e nella melassa appiccicosa dell’ipocrisia.

Nel mezzo le tragedie tra Libia e Sicilia, con la nave Vega della Marina militare che solo ieri ha salvato 135 persone ma i morti superano i 150. Nelle ultime ore ci sono state ben 17 operazioni di soccorso coordinate dalla centrale operativa di Roma delle Capitanerie di Porto con in tutto 4000 salvataggi.

Il dossier libico, tra ricerca della stabilità istituzionale, gestione dell’esodo di migranti e ritorno in loco delle imprese italiane, ha necessità di una visione d’insieme che non si limiti a guardare quella terra con un solo occhio. Ma analizzi l’intera macroregione, coinvolgendo Egitto, Turchia ed Emirati: in caso contrario il rischio di un effetto Siria con conseguente caos pluriennale sarebbe elevatissimo.

Ecco come sconfiggeremo l’Isis in Libia. Parla Serraj

di Fayez Serraj

La Libia sta uscendo da un lungo periodo di crisi. Dopo oltre un anno di trattative, oggi abbiamo ristabilito un governo legittimo, riconosciuto dalla comunità internazionale, e fondato sul rispetto degli accordi politici della Libia (LPA) siglati il 17 dicembre del 2015. Siamo tornati sul sentiero giusto e abbiamo imboccato la giusta direzione. Abbiamo reinsediato il governo e ricomposto le nostre istituzioni disgregate, dall’Azienda nazionale del petrolio alla banca centrale libica e all’autorità libica per gli investimenti. Stiamo lavorando per risolvere la crisi monetaria e per reimmettere liquidità nel nostro sistema bancario, in modo da alleviare le difficoltà che gravano sui nostri concittadini.

La Libia oggi ha un governo che ha ripreso in mano la situazione. Abbiamo un programma ben definito che mette al primo posto le questioni della sicurezza, della riconciliazione nazionale, della ripresa economica e dello sviluppo, oltre a giustizia sociale, riforme istituzionali e cooperazione internazionale. La Libia ha disperatamente bisogno di una nuova rete di servizi pubblici fondamentali, e il nostro primo compito sarà quello di farli ripartire.

A cominciare dalla sicurezza, allo scopo di salvaguardare l’unità e la sovranità della Libia. Sarà questo il caposaldo di ogni progresso politico ed economico. Abbiamo varato la ristrutturazione delle nostre forze armate, con la creazione della guardia presidenziale, indispensabile per assicurare il funzionamento del governo e delle istituzioni vitali. Abbiamo stabilito una sede operativa speciale situata tra Misurata e Sirte, che a breve sarà seguita da un quartier generale per coordinare tutti gli interventi. Saranno queste le prime pietre che seppelliranno i nostri nemici comuni, i terroristi. E come i nostri partner avranno modo di scoprire a Vienna, la comunità internazionale oggi può contare su un alleato affidabile, riconosciuto e sostenuto da tutto il popolo libico, pronto a riprendere gli scambi commerciali con il resto del mondo.

Tuttavia, sia la Libia che la comunità internazionale dovranno adottare un approccio realistico alla situazione odierna. Ci vorrà parecchio tempo per risollevarsi dalle lotte e dalle divisioni. Non dimentichiamo che la comunità internazionale ha responsabilità ben precise nei confronti della Libia. Dopo il 2011, il mio paese è stato abbandonato. Ciò ha consentito a molti paesi di intervenire nei nostri affari interni e di trascinarci dove oggi ci troviamo. Come libici, però, anche noi dobbiamo intraprendere una seria autocritica e adottare una nuova condotta. Anziché comportarsi con senso di responsabilità, la nostra classe politica si è lasciata travolgere dalle beghe interne, portando il paese allo sfacelo. Dai primi passi esitanti verso la democrazia, avviati nel 2011, siamo ripiombati nella violenza e nel disordine di oggi dopo la frammentazione dell’unità nazionale.

L’Isis non è il nostro nemico principale, bensì le divisioni che dilaniano il nostro paese. Questi ultimi cinque anni di guerra cruenta ci insegnano che quando i libici non riescono a lavorare uniti, coloro che vogliono distruggere il nostro paese si aprono con la forza una strada verso il potere. L’unità nazionale è l’arma più efficace contro questi seminatori di odio e di violenza. Il terrorismo sarà sconfitto dalle nostre forze armate, sotto il comando del governo civile, non per mezzo di milizie rivali che si combattono per contendersi la supremazia politica.

Vorrei ricordare ai nostri amici che sarà il popolo libico a sconfiggere l’Isis, senza nessun intervento militare straniero. Non chiediamo l’invio di truppe di terra, bensì sostegno e assistenza tramite l’addestramento e la revoca dell’embargo per l’invio di armi in Libia. Non ha senso limitare i nostri sforzi quando ci accingiamo ad affrontare lo scontro finale contro un nemico spietato ma vulnerabile. Chiedo pertanto la revoca immediata delle sanzioni delle Nazioni Unite, che hanno congelato i depositi libici all’estero. Oggi abbiamo urgente bisogno di queste risorse per sconfiggere il terrorismo.

Capisco perfettamente che molti paesi europei sono fortemente preoccupati per le conseguenze dell’immigrazione e del traffico illegale di esseri umani dalla Libia, e noi faremo di tutto per metter fine a queste irregolarità. Ma il modo migliore per scoraggiare gli scafisti è assicurarsi che la Libia sia un paese stabile e sicuro, a cui le riforme economiche sapranno restituire prosperità e benessere. È questa l’unica soluzione possibile sul lungo periodo, non l’invio di navi e truppe straniere.

(Traduzione di Rita Baldassarre)

Fonte: Corriere.it del 16/5/16

Libia, De Palo a Unomattina: “La conferenza di Vienna ragioni sul ruolo di Haftar”

“Mentre il governo italiano rimanda l’invio di truppe in Libia, sulla scia della prudenza intrapresa all’indomani dell’incarico consegnato dall’Onu a Serraj, ecco che la Conferenza di Vienna in programma oggi se vorrà essere risolutiva non dovrà limitarsi a propositi e auspici. Ma innescare un dialogo con il Generale Haftar, nella consapevolezza che il caso libico non è un compartimento stagno ma abbraccia le interlocuzioni con Egitto, Turchia e Emirati”.

Così Francesco De Palo, animatore di Rete Libia, intervenendo quest’oggi alla trasmissione Unomattina su Rai1 nelle ore immediatamente antecedenti il tavolo di discussione con Kerry e Gentiloni in Austria.

Secondo De Palo “l’appuntamento di Vienna che riunisce i Paesi del formato di Roma allargato a Malta, Ciad, Niger e Sudan punta a reperire un forte sostegno al consiglio presidenziale guidato dal premier designato dall’Onu Serraj che fonti libiche però continuano a considerare una parentesi, con l’invito ad avviare l’azione politica dell’esecutivo senza attendere il via libera di Tobruk. Non va sottaciuto che se da un lato già una maggioranza parlamentare ha dato il nulla osta Sarraj, l’ostruzionismo del presidente Saleh ha sin qui precluso il voto di fiducia”.

E aggiunge: “Occorre ricordare che si scontano in questa fase i pessimi risultati del primo inviato Onu, Bernardino Leon, finito poi a fare il consulente per gli emirati. E una delle conseguenze del caos lasciato sul territorio è ad esempio che proprio ieri il Consiglio dei mujahidin di Derna ha dichiarato lo stato di emergenza e la piena mobilitazione nella città della Cirenaica per impedire che i soldati di Haftar facciano ingresso in città”. Per cui Gentiloni e Kerry se vorranno dare “un contributo efficace alla normalizzazione istituzionale della Libia dovranno trovare un dialogo fruttuoso con Egitto ed Emirati”.

Infine la criticità principale per le imprese italiane, che vantano un miliardi di crediti maturati. “Il Trattato di amicizia siglato tra Berlusconi e Gheddafi prevedeva un accantonamento ad hoc di svariati milioni che sono al momento bloccati: perché non utilizzarli per sanare il pregresso e consentire alle nostre imprese di tornare in Libia?”