Alitalia a Tripoli su mandato della Farnesina, ma il Viminale lo sa?

Chissà se mano sinistra e mano destra di questo Paese si parleranno, un giorno o l’altro. Per ora e specificatamente sul caso libico pare (ancora) di no. Mentre Alitalia, a giorni, sarà a Tripoli su mandato della Farnesina per tentare di perimetrare una possibile idea su voli diretti tra i due Paese, il Viminale non decide ancora di riaprire lo spazio aereo chiuso dai tempi delle bombe contro Gheddafi.

Si tratta di una questione molto delicata e sensibile, in quanto presenta alcune ramificazioni significative per le nostre imprese e, perché no, per il futuro della credibilità italiana. Da un lato appare evidente che esiste la volontà politica di ritornare seriamente in Libia e il primo passo, serio e potabile, non può che essere rappresentato da un volo diretto. Da un mese circa, su queste colonne, abbiamo riportato la possibile convergenza sul punto della compagnia Libyan Wings, che era pronta (ma lo sarà ancora dopo la scazzottata con Parigi?) a coprire la tratta da Tripoli per Fiumicino e Malpensa.

Un’interessante opportunità che avrebbe potuto investire anche Enac, quindi con personale italiano in Libia, con la manutenzione degli aeromobili affidata all’Italia, con un cordone di sicurezza da creare a Tripoli, anche in considerazione del fatto che proprio un consorzio italiano si occuperà di ricostruire i due terminal dell’aeroporto di Tripoli.

Ma nonostante tale manifestazione di interesse, al Forum italo libico di Agrigento anziché seguire una concretizzazione di promesse e annunci di intese, si è invece materializzato lo scatto di reni francese. Ora a fronte dell’appuntamento di Alitalia in Libia (programmato per il 7 agosto prossimo) ecco lo scoglio incarnato dal blocco dello spazio aereo che continua a non essere oggetto di discussione.

Lecito chiedersi: il Viminale ha compreso che solo un coordinamento oggettivo con la Farnesina potrebbe portare qualche speranza in più per l’Italia azzoppata sul caso libico dalla foga macroniana?

E più in generale, nel Paese e nelle sue istituzioni sta finalmente maturando la consapevolezza che l’inciampo libico ha messo a nudo tutti i difetti della politica estera italiana?

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Basta col tafazzismo italiano sulla Libia

Mentre una compagnia libica, la Libyan Wings, si offre di mettere un volo diretto da Malpensa e Fiumicino perché le nostre imprese stanno tornando a lavorare in Libia (un consorzio italiano ha preso l’appalto per aeroporto di Tripoli), il governo di Roma non muove un dito per togliere il divieto di sorvolo del nostro spazio aereo che fu imposto ai velivoli libici nel 2011.

Ma oggi le bombe non ci sono più.

Nel frattempo Macron ha invitato a Parigi Haftar e Serraj senza la presenza italiana. Per cui è facile prevedere che i voli con Tripoli e Bengasi li aprirà Air France e noi ci terremo lo spazio aereo chiuso e i flussi.

Così gli imprenditori italiani e i connazionali diretti in Libia (ormai cominciano ad essere molti) pagheranno il biglietto ai francesi.

Il pasticcio perfetto.

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La nuova entrata a gamba tesa della Francia sulla Libia

La notizia della “nuova” entrata a gamba tesa della Francia nel dossier Libia (dopo le bombe sganciate in solitaria) potrebbe portare altro sale sulle ferite libiche, anziché essere fisiologico antibiotico alla malattia che ha colpito Tripoli e le tribù.

La decisione del presidente Macron di invitare a Parigi per un vertice il presidente libico Fayez Serraj (sostenuto da Usa e Ue) e il generale Khalifa Haftar (appoggiato da Egitto ed Emirati Arabi Uniti) ma senza la presenza di un rappresentante italiano è, se fosse confermata, un autogol.

In quanto si inserisce in quel filone decisionale che, fino ad oggi, e procedendo in ordine sparso, non ha permesso di individuare una soluzione unitaria e potabile al caso. Non è continuando ad andare avanti con iniziative slegate e senza una regia d’insieme che si potrà, da un lato fermare l‘emorragia di migranti diretta verso le coste italiane e, dall’altro, ricominciare a fare business, in una cornice di normalizzazione istituzionale.

Addirittura, secondo quanto scritto da Repubblica, del vertice parigino Roma sarebbe stata informata non dall’Eliseo ma dal Governo di Accordo Nazionale di Tripoli e dai consiglieri per generale Haftar a Bengasi. Un preciso controsenso, dal momento che Roma, forse per la prima volta davvero, ha assunto il ruolo (meritato e logico) di attrice principale in quota Ue e Stati Uniti e non può essere oggetto di un atteggiamento simile, che tra lato è foriero di personalismi più che di oggettiva utilità.

Sino a quando non maturerà la piena consapevolezza, anche e soprattutto fra i paesi membri dell’Ue, che è l’Italia questa volta a recitare un ruolo primario, allora non sarà possibile compiere quei passi necessari all’armonizzazione del contesto libico in cui, è bene ricordarlo, le premesse per il nostro paese ci sono tutte. Il possibile volo diretto tra Italia e Libia sarebbe un ottimo viatico, qualora venisse meno il divieto di sorvolo dello spazio aereo italiano per voli libici.

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Primo volo (anche se di Stato) dalla Libia giunto in Italia: ad Agrigento Libyan Wings

Lo avevamo anticipato ieri da queste colonne, come il tema del collegamento aereo tra Italia e Libia fosse assolutamente pregnante. Il primo volo (anche se di Stato) dalla Libia è giunto oggi in Italia ad Agrigento, dove si svolge il forum italolibico. L’A-319 5A-WLA della Libyan Wings (in foto) è atterrato sull’Aeroporto di Catania Fontanarossa.

In occasione del summit italo-libico di Agrigento il Vice Premier libico Ahmed Maetig ha designato il presidente di Libyan Wings, Wesam Almasri, quale capo della delegazione degli imprenditori Libici. Un mosaico che, pian piano, sta prendendo forma a dimostrazione di come il rapporto fra i due Paesi potrebbe vivere finalmente una stagione nuova, anche grazie ad un collegamento diretto tra Italia e Libia, a patto che venga risolto il nodo relativo alla chiusura dello spazio aereo.

Tra l’altro, a riprova di come il fil rouge sull’asse Roma-Mitiga sia più solido del previsto, giova ricordare che Enav sta lavorando dall’aprile scorso a Mitiga, dove ha installato nuove infrastrutture ed ha quasi ultimato l‘addestramento di 60 controllori di voli libici. Risale ifatti al primo aprile scorso l’aggiudicazione da parte della Società nazionale per l’Assistenza al Volo, di un contratto con la Libbyan Civil Aviation Authority per la costruzione della Torre di controllo e del blocco tecnico dell’aeroporto Mitiga di Tripoli.

Entro il prossimo dicembre i lavori, del valore di 5 milioni di euro, dovranno essere ultimati. L’Amministratore delegato di Enav, Roberta Neri, riconfermata A.d. lo scorso18 marzo, in questa intervista a Teleborsa, ha illustrato tutti gli sviluppi dell’attività Enav in campo internazionale.

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La Libia vuole volare su Milano e Roma, ma la burocrazia frena

Lo spazio aereo italiano è interdetto ai voli libici dal 2015, senza neanche le eccezioni al divieto per gli aerei-ambulanza. Ma adesso si profila la possibilità che la compagnia Libyan Wings possa assicurare alcuni voli da Roma e Milano, per via di un interesse che sta nuovamente prendendo piede. Come ovviare però a quel provvedimento di due anni fa?

La società aerea, con sede presso l’aeroporto internazionale di Mitiga, a soli 8 chilometri da Tripoli, è nata per l’iniziativa di un gruppo di imprenditori libici capitanati da un 35enne formatosi in Gran Bretagna. Oltre a servire come il centro amministrativo, l’aeroporto sarà anche hub con l’intenzione di investire in una vasta gamma di rotte. Ma ovviamente occorre una struttura messa a norma al fine di garantire controlli di sicurezza da un lato e assicurare dall’altro un livello di manutenzione agli aeromobili che il vettore ha acquistato (sei Airbus).

Ecco, però, che senza uno sforzo costruttivo e armonico che bypassi quella chiusura dello spazio aereo decisa dagli allora vertici della Polizia, una potenziale finestra sul Paese nordafricano a cui è dedicato il Forum di Agrigento del 7 e 8 luglio non potrà aprirsi. In Libia c’è una grande domanda di italianità, ma imprese italiane che intendono tornare ad investire in Libia possono farlo solo tramite un volo che preveda uno scalo a Tunisi. Persino la Turkish Air sta aprendo un collegamento diretto con Tripoli, mentre Roma non riesce ancora a comprendere il peso specifico di una rotta ad hoc.

Ad oggi i voli cargo da Tripoli verso Balcani e Turchia comunque sfiorano le coste italiane, passando a 20 miglia dalla Sicilia. Converrebbe, quindi, mettere in piedi una security per quei lavoratori di Enac chiamati ad operare in Libia, creando le premesse tecniche e logistiche legate alla sicurezza, per dar vita a questo collegamento. Inizialmente potrebbe essere ipotizzabile un volo a settimana da Malpensa e Fiumicino, ma con l’intenzione di seguirne il trend e quindi implementarlo anche per le possibili interconnessioni con altri Paesi dell’Africa sub sahariana da raggiungere, perché no, con il medesimo vettore.

Tra l’altro la prospettiva potrebbe prevedere anche uno sbocco occupazionale per gli italiani coinvolti, senza dimenticare che già esistono realtà che lavorano con Enac in loco. Il volo diretto dall’Italia potrebbe ovviare ai mille passi di lato che fino ad oggi Roma ha compiuto, mentre tanto per dirne una francesi e inglesi sono nel paese in pianta stabile ormai da tempo.

Certo, va registrata la recente apertura del consolato italiano a Tobruk ma sarà utile valutare quanto l’Italia è realmente interessata a rafforzare davvero un rapporto bilaterale, in prospettiva sia con Haftar che con Al-Serraj, ed oggi con un tessuto socio-imprenditoriale intero che aspetta gli italiani a braccia aperte.

Tra l’altro sembra che il Governatore della banca di Libia sia ben disposto a rinegoziare i termini degli accordi risalenti al Trattato di Amicizia che legava i due Paesi, che poi venne stoppato alla caduta del regime sotto le bombe francesi. Ma la carta del volo diretto, con l’infrastruttura di sicurezza da cui sarà circondato, potrebbe anche offrire una via di fuga anche al dossier migrazioni, con un occhio di controllo in più su quei 50 chilometri di coste dove da tempo anche gli irlandesi sono presenti.

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L’aeroporto di Tripoli ricostruito dagli italiani: finalmente qualcosa si muove

Dopo mesi controversi e ricchi di dubbi più che di certezze, qualcosa si sta muovendo il Libia da un punto di vista delle opportunità per le imprese italiane.

Infatti un consorzio di casa nostra ha siglato a Tripoli un accordo con il governo per ricostruire l’aeroporto che, dal 2014, è di fatto inutilizzabile. Si tratta di due terminal che saranno dedicati ai voli nazionali e a quelli internazionali.

Parliamo di circa 30mila metri quadrati di superficie totale, per un progetto che vedrà i primi risultato entro massimo un anno, mentre per il secondo terminal saranno necessari ulteriori sei mesi. E l’importo dovrebbe aggirarsi sugli 80 milioni di euro.

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Bengasi nuovamente libera: l’annuncio del generale Haftar

Sono stati necessari tre anni di scontri, combattimenti e strategie per liberare la seconda città della Libia dalla presenza degli estremisti islamici. Così il Generale Khalifa Haftar annuncia che Bengasi è stata “depurata” degli adepti dell’Isis.

Secondo l’emittente Sky News Arabiya “Il comando generale dell’esercito nazionale libico ha annunciato oggi la ripulitura definitiva della città di Bengasi, nell’est della Libia, dai terroristi”.

Plaude anche il premier del governo di accordo nazionale di Tripoli, Fayez al Sarraj, inviando le proprie congratulazioni “al popolo libico e in particolare alla gente di Bengasi in occasione dell’annuncio della liberazione della città”. E osserva in un comunicato: “Finiscono così anni di sofferenze per la popolazione e può iniziare la fase di ricostruzione. Credo che la prossima fase sarà l’inizio dello Stato democratico unito con un unico esercito e uniche istituzioni in modo da avere la stabilità e la sicurezza in tutta la Libia”.

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Obiettivi e premesse del Forum italo libico di Agrigento

forumLa Farnesina vuole cambiare passo sulla Libia? Il primo Forum economico italo-libico, ad Agrigento il 7 e l’8 luglio, ha l’obiettivo di dare seguito alla visita del Ministro degli Esteri Angelino Alfano a Tripoli dello scorso 6 maggio, quando venne accolto dal Vice Primo Ministro Maiteeg. Obiettivo del neo movimentismo tra le due sponde del Mediterraneo è aprire una riflessione approfondita, con la presenza imprescindibile del settore privato, sulle prospettive che si apriranno nel mercato libico per le imprese italiane.

“La Libia costituisce storicamente un partner d’eccezione per l’Italia, non solo sul piano politico e della sicurezza, ma anche su quello economico”, ha ribadito Alfano, aggiungendo che “il Governo italiano è fortemente impegnato per la stabilizzazione del Paese e il ripristino delle condizioni di sicurezza necessarie per il rilancio delle relazioni bilaterali sotto tutti i profili e, in particolare, per quanto riguarda la cooperazione economica, infrastrutturale ed energetica”.

E ancora: “Il Governo italiano intende rafforzare l’amicizia e la cooperazione nelle aree dello sviluppo economico e sociale e, in particolare, sostenere gli sforzi per la ricostruzione della Libia. Vogliamo consolidare ulteriormente il partenariato bilaterale, fondato sulla cooperazione economica, infrastrutturale ed energetica e promuovere in entrambi gli Stati ulteriori attività di cooperazione economica e commerciale”.

Quattro i panel del Forum (presso il Dioscuri Bay Palace Hotel di San Leone) dedicati a prospettive per gli investimenti internazionali in Libia; energia e reti; quadro finanziario e crediti delle aziende italiane; infrastrutture.

Tra i relatori i ministri libici dell’Economia Nasir Shaghlan e della Finanza Abubaker Ghafal e i rappresentanti di CDP-Sace, Confindustria, Unicredit, FSI, Leonardo tra i numerosi partecipanti per parte italiana.

Nella sera del 7 dopo la firma della Dichiarazione ci sarà un pranzo presso l’hotel Villa Athena di Agrigento, al quale parteciperanno, oltre alle delegazioni ministeriali italiana e libica, esponenti del mondo imprenditoriale italiano.

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Il progetto armonico e di visione che manca in Libia

Che Libia avremo nel 2020? Gli errori politici sul binomio mai realmente armonizzato, Serraj-Haftar, in Libia stanno producendo destabilizzazione e scontri a fuoco, con innocenti ancora a pagare il dazio più caro. Ci sono intere famiglie tra i feriti civili dopo gli scontri scoppiati nel quartiere Abu Salim, a Tripoli. Si combatte e non si scorge un barlume di speranza in questa terra martoriata dal caos del post Gheddafi, dove tutte le ricette applicate non sono risultate corrette, né tantomeno caratterizzate da una visione.

Alla Libia manca un progetto armonico e di prospettiva, anche a causa di attori protagonisti che non possono dirsi soddisfacenti, per nomi avanzati e idee applicate. Troppo tempo si è perso con l’ex commissario Onu Bernardino Leon, di cui nessuno (davvero?) aveva intuito le mire carrieristiche emiratine. Tra l’altro i critici di Leon, negli ultimi tre anni, sono stati troppo facilmente relegati a scomode Cassandre, salvo poi scoprire che avevano ragione in toto.

L’avvento poi del tedesco Martin Kobler, che è stato preferito ad un’eventuale candidatura italiana che era nello stato delle cose, nonostante le resistenze del blocco centroeuropeo, ha portato in dote il nome di Serraj, che però non è riuscito a intrecciarsi con chi, gioco forza, andrà coinvolto seriamente in un discorso relativo alla stabilizzazione istituzionale del paese. Il generale Haftar è un interlocutore regionale preciso di cui non si può fare a meno.

E’chiaro che senza una decisa progettazione del caso Libia e con le incertezze della nuova amministrazione americana che sul Mediterraneo ha già fatto trapelare un netto disimpegno, se ciò che resta dell’Ue non metterà in campo un intervento netto e credibile, sorgerà solo altro caos e altra morte. Con i civili a pagare (ancora) pegno per le deficienze strutturali della politica.

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Non è mai troppo tardi per parlarsi (e risolvere il caso Libia)

Con dieci (o forse più) mesi di ritardo oggi si sono finalmente incontrati (anche se ufficiosamente lo avevano già fatto) il generale Khalifa Haftar e il premier libico Fayez al-Serraj al Cairo. E’ora che l’Ue e i partner geopolitici comprendano come, senza una costruttiva interlocuzione con Tobruk, sarà difficile stimolare una vera normalizzazione istituzionale della Libia.

Fino ad oggi è stato perso molto tempo circa una possibile analisi e un obbligatorio confronto tra chi è stato designato dall’Onu e chi ha il controllo di una parte significativa del territorio. Ci si rende conto (solo oggi?) che il procedere con impulsi esterni e senza la fisiologica dialettica con tribù e regioni locali sarà foriera di ulteriori elementi destabilizzanti, gli stessi che non hanno consentito nell’era del post-Gheddafi la normalizzazione istituzionale del Paese. La fase di acuta instabilità, oltre che essere boccone succulento per il terrorismo legato all’Isis, non consente ad esempio alle aziende italiane di tornare protagoniste in Libia, nonostante i 5 miliardi di crediti vantati siano certificati.

L’obiettivo di una Unione Europea responsabile e utile alla causa mediterranea deve essere quello di armonizzare le istanze dei territori libici, e non chiudersi a riccio su posizioni ortodosse che non portano a sviluppi. L‘effetto Siria, con la balcanizzazione di porzioni di territorio va evitato, anche se tutti sanno che francesi e inglesi hanno da tempo sezionato pezzi di Libia con propri mezzi, civili e militari.

L’auspicio è che anche l‘Italia, oltre alla firma del trattato sui migranti, pigi sull’acceleratore affinché le proprie aziende che da anni attendono il giusto riconoscimento, non siano lasciate nuovamente sole, e possano finalmente tornare a fare ciò che sanno: esportare il know how italiano e quella capacità umana che ci è invidiata in tutto il mondo.

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