Dualismo Serraj-Haftar: che succede da qui alla Conferenza nazionale libica?

Si muovono almeno due quadranti in vista della Confrenza nazionale libica del prossimo 14 aprile in cui si farà luce sul futuro elettorale (e non) della Libia. Da un lato il dualismo Haftar-Serraj con il primo in vantaggio. Dall’altro il ruolo dell’Italia che dopo l’attivismo degli ultimi tre anni ha l’obbligo morale di intestarsi una nuova pagina di partnerhip.

Gli uomini dell’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, sono alle porte di Tripoli. Non solo hanno inglobato il sud della Libia, ma sono praticamente vicini ad entrare in casa di Al Serraj, il perno dell’occidente e dell’Onu. Significa che gli schemi stanno saltando, con l’Italia ancora una volta auto-esclusa dalla partita libica, questa volta più per suoi demeriti che per accelerazioni d’oltralpe.

La Conferenza di Palermo infatti non ha prodotto i frutti auspicati, anche per questo (e per il caso cinese) nelle ultime settimane il Quirinale sembra avere più di un piede nella Farnesina. Lecito interrogarsi, dunque, su come arriverà il paese alla Conferenza nazionale prevista dal 14 al 16 aprile a Ghadames, che dovrà dare indicazioni sulle possibii nuove elezioni oggi che sembra risolto il nodo sui giacimenti e sulle politiche di sviluppo.

E su quale ruolo potrà avere il nostro Paese in un momento in cui comunque la tensione non si stempera: lo dimostra la decisione del Ministero dell’Interno (MFI) con sede a Tripoli di sospendere temporaneamente il diritto alle manifestazioni a causa delle mutate condizioni di sicurezza.

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La risposta di Washington all’avanzata di Haftar nel sud della Libia

Fonte: Formiche del 12/03/2019

Più fondi per la sicurezza dei tre aeroporti. Assegnato un contratto alla compagnia statunitense Culmen International, uno dei maggiori players mondiali di sicurezza internazionale. Un’altra tappa di avvicinamento alla stabilizzazione istituzionale?

Washington accelera sulla sicurezza negli aeroporti libici, mentre Khalifa Haftar “corre” in Tripolitania. Una mossa che si intreccia con la cavalcata del generale nella parte meridionale del Paese e che, nelle intenzioni, potrebbe essere l’inizio di una nuova partita verso la stabilizzazione istituzionale e anticamera a nuove elezioni. Intanto un primo effetto è il cambio di percezione all’esterno della Libia: con tre scali messi in sicurezza dagli Usa, i vettori internazionali saranno senza dubbio invogliati a tornare.

QUI USA

Come cambieranno gli scali di Mitiga, Tripoli International e Misurata con il nuovo ombrello di sicurezza fornito da Washington? Il Dipartimento di Stato americano, in accordo con il Bureau of Counterterrorism e il Countering Violent Extremism, ha delegato alla compagnia statunitense Culmen International la sicurezza nei tre aeroporti libici. Il progetto è interamente finanziato dagli Usa. Si tratta di un player che è leader mondiale nei settori della sicurezza internazionale, delle soluzioni logistiche e tecnologiche e opera in oltre 100 Paesi.

“Data la centralità degli aeroporti civili della Libia rispetto a molti conflitti recenti e la loro vulnerabilità al terrorismo, è emersa un’esigenza chiara e urgente di idee innovative per migliorare la sicurezza in linea con gli standard internazionali. Il team di Culmen è entusiasta di mettersi al lavoro per aiutare a ripristinare i voli internazionali da e verso la Libia”, ha specificato Dan Berkon ceo di Culmen International.

Gli accordi prevedono che la Culmen si occuperà di sicurezza aeroportuale, di monitoraggio terroristico, di sviluppo di procedure operative standard in caso di attacchi, passando per la formazione finalizzata ad una strategia nazionale di sicurezza aerea. Secondo l’Autorità aeroportuale libica ai tre scali potrebbero seguirne altri.

QUI MITIGA

Secondo alcuni media libici, tra cui l’emittente televisiva “al Arabiya”, il convoglio di auto che dall’aeroporto di Mitiga stava riportando a casa Sarraj sarebbe stato attaccato ieri sera da alcune raffiche di mitra. La notizia è stata smentita durante la notte dal portavoce del premier di Tripoli, Mohammed Sallak. Una terza versione dei fatti, però, è stata fornita dal magazine “al Mashhad”, secondo cui si sarebbe verificata una rissa all’ingresso dell’aeroporto tra la sicurezza dello scalo e la scorta di Sarraj.

QUI LIBIA

L’offensiva dell’uomo forte della Cirenaica nella zona sud-ovest è stata favorita dallo status di “senza legge di quei territori”, ottenendo così un vantaggio logistico rispetto a Fayez al-Sarraj. I due rivali si sono incontrati ad Abu Dhabi lo scorso 27 febbraio e potrebbero incontrarsi nuovamente la prossima settimana in quello che sembra un nuovo tentativo di rompere la guerra civile e guardare al futuro. Ma la spinta di cui gode Haftar lo ha condotto ad avere il controllo su due terzi del Paese, senza contare i valichi di frontiera e i grandi giacimenti.

È la ragione per cui la partita della logistica e dei trasporti assume un contorno ancora più strategico. Non va dimenticato infatti che il consorzio di aziende italiane Aeneas, in partnership con alcune realtà locali, dalla scorsa estate sta effettuando i lavori di ammodernamento dello scalo di Tripoli. Dopo un’interruzione causata dai disordini e dagli attacchi, i lavori sono ripresi due settimane fa.

Inoltre, sempre sull’asse Italia-Libia, va segnalato un incontro tra il Libyan Business Council (Lbc) e l’ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Buccino Grimaldi, per implementare collaborazioni e nuovi investimenti. L’obiettivo è utilizzare la Libia come base “offshore” economicamente vantaggiosa. In questa cornice, poter contare su una maggiore sicurezza negli aeroporti potrebbe essere la chiave di volta per favorire nuovi business e instaurare nuove partnership.

SCENARI

Il comandante dell’esercito nazionale libico (Lna) Khalifa Haftar ha annunciato che le sue forze sono pronte a garantire le prossime elezioni nel Paese. Un’affermazione che è stata diretta all’inviato delle Nazioni Unite in Libia Ghassan Salame. Un passaggio saliente che si strutturerà lungo una serie di incontri bilaterali tra i due, il primo dei quali si terrà il prossimo mercoledì ad al-Rajma, alla periferia di Bengasi. Ma la strategia di Haftar non si ferma qui, perché ha effettuato una visita a sorpresa in Qatar, per incontrare Tamim bin Hamad Al Thani. Sui rapporti fra Qatar e Libia si registra la presa di posizione di numerosi sostenitori dei diritti umani egiziani che hanno chiesto al Consiglio dei diritti umani di istituire una commissione internazionale per indagare sulla violazione da parte del Qatar della sovranità libica fornendo sostegno a gruppi terroristici armati, compresi i Fratelli Musulmani.

Anche con la nomenklatura di Sebrata Haftar ha instaurato un canale di comunicazione: lo dimostra la presenza di una delegazione di notabili di Sebrata in visita alle basi militari delle forze fedeli al generale nel Fezzan.

Intanto da Sirte ecco un allarme proprio sull’ondata di Haftar: la Tripolitania potrebbe essere l’obiettivo di un attacco delle forze dell’Esercito nazionale libico. L’annuncio della Difesa aerea di Sirte precisa che le forze Lna avrebbero raggiunto la zona di Wadi al Ahmar, avvicinandosi a Buaba Abu Zahiya. Inoltre contro la sua avanzata ecco le parole del capo sicurezza di Sirte, che parla di “una violazione della sicurezza e dei confini”. Al Naas ha spiegato: “Siamo in contatto con il comando delle forze di Haftar, che si sono scusate per l’incidente e si sono giustificate sostenendo che si è trattato di un errore”.

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Né vertici né promesse. Haftar punta dritto ai pozzi (per il futuro della Libia)

Fonte: Formiche del 22/02/2019

Dopo la presa di El Feel, emerge chiara la strategia del generale: ovvero dove non riesce la politica delle conferenze e dei vertici, arriva il pugno duro dell’uomo forte della Cirenaica. Così dopo aver liberato Sharara ecco la minaccia della forza anche all’altro giacimento portante del Paese

Dove non riesce la politica delle conferenze e dei vertici, arriva il pugno duro dell’uomo forte della Cirenaica. Ecco la nuova strategia per la Libia del generale Khalifa Haftar, resa ancora più evidente all’indomani della presa del giacimento di El Feel, dopo aver “liberato” dai miliziani Sharara.

Un passo, deciso e coordinato, che si somma al caos in Tripolitania e al gradimento popolare verso la sua avanzata nel sud del Paese: segno che forse il popolo libico aspetta, sempre e comunque, un uomo forte?

SHARARA & EL FEEL

L’annuncio arrivato giovedì sera parla chiaro: le forze militari della Cirenaica hanno preso il controllo del giacimento Elephant di El Feel la cui produzione non ha subito interruzioni e continua al ritmo di 75mila barili al giorno. Testimoni oculari hanno anche smentito le voci di possibili scontri armati all’interno del campo situato nel profondo sud della Libia.

È evidente che il gestore del giacimento, Mellitah Oil and Gas (nata dal tandem Noc e Eni) è preoccupato per i possibili sviluppi, non solo circa la sicurezza del proprio personale, ma anche circa gli scenari futuri.

Non va dimenticato infatti che lo schema per El Feel è lo stesso applicato al giacimento Sharara, il più grande del Paese che da solo può contare su circa 315mila barili al giorno, contribuendo in modo determinato alla produzione complessiva della Libia. Aveva smesso di operare nel dicembre scorso, a seguito di una serie di attacchi armati condotti dalle milizie esterne con la complicità di quegli agenti che avrebbero dovuto garantirne la sicurezza e l’impenetrabilità. Dopo “l’intervento” dei fedelissimi di Haftar sarebbe pronto a riprendere la produzione ma è evidente che se ciò dovesse accadere nel brevissimo tempo muterebbero i rapporti di forza, a maggior ragione dopo il bis a El Feel.

A SUD

Un altro effetto, come osservato dallo speaker della Lna, Ahmed Mismari, è che possono riprendere i collegamenti aerei delle compagnie petrolifere dirette a El Feel e al vicino giacimento petrolifero di El Sharara. Un risultato che permette così di bypassare il divieto della stessa Lna ai voli sprovvisti del suo nulla osta e di cogliere i frutti dell’attacco che ha sferrato dopo che un aereo era atterrato con a bordo un comandante “rivale”, ovvero del governo targato Onu di stanza a Tripoli.

Insomma, emerge un leader come Haftar che mai come in questo frangente ha scelto la strada dell’accelerazione, con l’obiettivo neanche troppo velato di issarsi come salvatore del Paese e immaginando, a corredo di questa strategia, un ingresso a Tripoli, dove il contrappeso al momento si ritrova nel ministro dell’interno Bashaaga.

Quest’ultimo, pur non avendo compiuto passi ufficiali per stemperare l’avanzata di Haftar, ha innescato un meccanismo di profonda riforma amministrativa che, nelle intenzioni, dovrebbe condurre la Libia a conservare l’unità grazie ad una trasformazione amministrativa ormai non più procrastinabile. In secondo luogo vorrebbe anche stimolare le milizie di Tripoli a fare squadra e a cementarsi attorno al governo di Al-Serraj.

Però non mancano gli scogli sulla strada della nuova fase per la Libia. Arriva da Marzuq, obiettivo dell’avanzata a sud, la notizia dell’assassinio del generale Ibrahim Mohamad Kari freddato da “un gruppo armato fuorilegge” per un “crimine codardo”, come lo ha definito il governo. Si trattava di un membro della comunità minoritaria di Tubu.

SCENARI

Bengasi e la percezione dei suoi cittadini sta giocando ovviamente un ruolo nell’economia complessiva del futuro libico. Si pensi solo al fatto che la banca centrale con sede a Tripoli aveva quasi 75 miliardi di dollari in riserve estere, ma invia al governo orientale briciole. Per cui in molti a Bengasi guardano ai militari (e non più alla politica) per la gestione dell’amministrazione quotidiana.

Sui nuovi sviluppi incidono, non poco, due fattori: da un lato il caos in Tripolitania con l’incapacità di gestire sia le turbolenze delle tribù che le intromissioni dell’Is e dall’altro la lentezza con cui l’inviato Onu Ghassan Salamè sta applicando la road map della comunità internazionale. Infatti la conferenza che si sarebbe dovuta tenere in febbraio è di fatto saltata.

E non va sottovalutato l’impatto popolare verso l’avanzata di Haftar a sud, come dimostra l’operazione della Lna dello scorso gennaio, a cui guardano con favore molte tribù nella regione che aspettano l’uomo forte che prende in mano la situazione, più che un tavolo di discussione. Sarà questo il punto di caduta finale?

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Greggio, rischio guerra civile e i ritardi Ue in Libia

Fonte: Impaginato Quotidiano del 30/01/2019

Precipita la sicurezza nella parte meridionale della Libia, dove Al-Qaeda nel Maghreb islamico è largamente incontrastata grazie ai legami con i leader delle milizie locali. Dopo la sua sconfitta a Sirte, lo Stato islamico ha trovato un rifugio nel sud, un passaggio che si frappone con la volontà di andare a referendum e quindi a elezioni anticipate.

C’è il rischio di una prolungata guerra civile?

Gli sforzi, interocutori e non sempre efficaci, dell’Ue e dell’Onu per fermare una deriva, pericolosa e controproducente, che sta ritardando la normalizzazione istituzionale del paese si sommano ad alcuni elementi che di fatto si sono frapposti con i programmi di fine 2018.

Lo ha ammesso apertamente il presidente della Libyan National Oil Corporation (NOC) Mustafa Sanallah secondo cui la riapertura del giacimento di Sharara è diventata più complicata dopo il lancio dell’operazione militare nel sud della Libia. Prima della destabilizzazione, il giacimento produceva fino a 315.000 barili al giorno (bpd) con una perdita secca di 13.000 bpd di capacità dal mese scorso a causa degli episodi di violenza e razzie.

L’obiettivo della mossa organizzata dall’esercito del generale Khalifa Haftar è quella di combattere il terrorismo e così poter controllare le strutture petrolifere, ma evidentemente nel paese le due sensibilità che convivono su mille e più temi, in questo caso come in altri, non collimano.

E dal momento che il tema del greggio e dei giacimenti è in assoluto il più significativo, ecco che lo scenario appare ancora più frastagliato e incompleto.

Tra l’altro Sanallah, in occasione di un suo viaggio a Londra dove si trovava ancora ieri ha usato, forse per la prima volta, parole dall’alto valore simbolico: ha detto che nella regione e nelle strutture petrolifere si stanno verificando eventi che avranno conseguenze sconosciute per la Libia e per la Noc.

Alludendo, quindi, ad un territorio inesplorato fino d oggi, come può essere ad esempio il perdurare di una situazione di stallo nel giacimento di Sharara, all’interno del quale si starebbe profilando uno schema di questo tipo e non del tutto gradito allo stesso Sanallah: schierare le Guardie della Petroleum Facilities (PFG), gestite direttamente dal Noc.

In sostanza una forza mista, diretta sia dal governo di Accordo Nazionale a Tripoli e quindi con il sostegno delle Nazioni Unite, che dal vertice del Noc. Resta adesso da capire cosa ne pensa Haftar e come immaginerà le prossime contromosse.

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Che cosa non convince della Conferenza libica di Palermo

Fonte: Impaginato Quotidiano del 14/11/2018

Donald Trump lo aveva detto subito nei primi giorni post-elezione: Washington non avrebbe avviato un disimpegno dal Mediterraneo (anche se diversificato il proprio cono di interesse) ma avrebbe gradito un ruolo più intenso, ad esempio dell’Italia sulla Libia.

In verità a stimolare Roma ci aveva pensato in precedenza anche Barack Obama, che con il governo Renzi dialogava parecchio sul fil rouge da instaurare con Tripoli. E infatti l’invio dell’ambasciatore Perrone era proprio una mossa in quella direzione.

Ma le settimane che hanno preceduto il vertice siciliano, con proprio le frizioni (interne ed esterne) sul nostro ambasciatore, sono state caratterizzate da tentennamenti, indecisioni e anche assenza di un certo alfabeto diplomatico che hanno impedito il pieno successo dell’appuntamento isolano.

Per dirne una, l’assenza del nostro ministro degli esteri all’apertura del vertice, dopo che lui stesso aveva costruito lo scheletro della due giorni con inviti, presenze e panel dedicati, è sembrato un errore blu. Come blu è il colore di alcuni svarioni, relativamente agli annunci di inviti che poi di fatto non si sono tramutati in presenza.

E non deve far specie se poi l’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar, aveva fatto dire ai quattro venti che la sua partecipazione sarebbe stata in dubbio sino alla fine. Senza dimenticare che poi lo stesso Haftar ha preso parte solo ad alcuni degli incontri, dai quali è stata esclusa la Turchia che ha deciso di abbandonare la Sicilia a meeting in corso.

Insomma, non solo la logistica di rapporti e consuetudini è stata gestita male, ma il vertice non ha fruttato un risultato uno. Nessuno intende certamente gettare la croce addosso al solo titolare della Farnesina, ci mancherebbe, ma è protofanico come il tutto sia stato condotto senza una guida diplomatica e senza una visione politica di top level.

Tra l’altro pochi giorni prima del vertice di Palermo, il presidente francese Macron, alla disperata ricerca di nuovo appeal, aveva organizzato in fretta e furia la celebrazione del conflitto mondiale con una serie di leader di primo pelo che poi, logica avrebbe voluto, sarebbero potuti andare direttamente da Parigi a Palermo.

Mentre invece non lo hanno fatto. Un altro indizio di come la compartecipazione di più fattori, vedi la costante e continua azione di disturbo dell’Eliseo su un Palazzo Chigi a digiuno di certi palcoscenici, sia stata foriera di un risultato indossisfacente sul fronte libico, dove alla fine escono tutti (o quasi) senza nulla in mano.

Roma non ottiene nulla, né nel breve periodo né in prospettiva, anzi con lo sgarbo ad Ankara mostra una certa miopia geopolitica. Tripoli, al di là della foto di rito con Haftar (e con al centro il premier italiano) non smuove nulla circa le mille problematiche ancora sul tavolo.

Parigi, dopo i flash e i selfie in verità non molto graditi dai protagonisti, resta nel limbo della ghigliottina legata ai sondaggi, negativi in questa fase per Macron e che lo stanno condannando ad una sorta di ansia da prestazione: l’esatto contrario di ciò che serve ad un comparto assolutamente delicato e strategico come la politica estera.

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L’importanza della Libia, per oggi e per il domani (anche italiano)

Fonte: Impaginato Quotidiano del 19/10/2018

Il fuoco incrociato avviato con Bruxelles sulla manovra italiana non metta in secondo piano la Conferenza sulla Libia del prossimo 13 novembre. Sarebbe questo un errore blu, per tutti, di cui Roma pagherebbe le conseguenze per molti anni.

L’importanza della Libia non verte solo sull’oggi del Mediterraneo, ma anche sul domani dell’Italia. Roma dovrebbe avere più coraggio, a questo punto del guado, e sfruttare l’appuntamento siciliano per fare davvero un’opa su Tripoli e Misurata.

In primis tessendo una tela di relazioni durature ed efficaci che sia più unitaria, e senza quelle contaminazioni (più interne che esterne) che, soprattutto nelle utime settimane, hanno da un lato delegittimato il nostro ambasciatore Perrone e dall’altro irrigidito il generale Haftar. Con l’uomo forte della Cirenaica, piaccia o meno, va intrecciato un rapporto, franco e costruttivo, altrimenti la rete delle tribù orientali andrà persa, o consegnata ad altri soggetti.

In secundis chiedere agli stati membri di convergere sulla cabina di regia italiana: in questo la Farnesina potrebbe anche osare di più, non solo offrendo all’esterno l’impressione di un gran lavoro verso Palermo (così da avere la contemporanea presenza in Sicilia di Trump e Putin), ma anche cambiando volto dinanzi all’Ue e soprattutto dinanzi a Parigi, rea di una politica pericolosa e scomposta, che già nel 2011 ha prodotto danni permamenti.

Dall’avvio dell’amministrazione Trump, Washington nei fatti ha chiesto un impegno diverso all’Italia, che per mille ragioni purtroppo non c’è stato durante il governo Renzi. Adesso il governo Conte, al netto delle altre problematiche con cui deve confrontarsi, non può relegare il dossier Libia al secondo posto, perché sarebbe controproducente e autolesionistico.

Un passaggio sottolineato anche dal Presidente del Parlamento europeo, l’italiano Antonio Tajani, che ha chiesto ai paesi membri di costruire il percorso di avvicinamento alla Conferenza di Palermo con una visione univoca, aggiungendo che l’Ue dovrebbe fornire ai libici una posizione maggiormente condivisa e unificata.

Il rischio è che le continue frizioni Roma-Parigi, anche per via della cocciutaggine dell’Eliseo, non aiutino a risolvere la crisi e dare stabilità in Libia, che è fondamentale per gli interessi non solo dell’Ue ma dell’Italia che di Tripoli è prima dirimpettaia.

E dovrebbe diventare anche il primo player geopolitico in loco.

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Svolta in Libia dopo lo storico incontro tra i leader?

Da Formiche del 16/05/2018

Nessuno si spinge a parlare di svolta, anche perché il recente passato impone prudenza. Ma è chiaro che l’incontro pubblico tra i leader politici libici rappresenta un nuovo inizio, non fosse altro perché è la prima volta che si concretizza dalla caduta del regime di Gheddafi. Adesso all’orizzonte si staglia uno scenario del tutto nuovo per la Libia, con sullo sfondo una sorta di primaria coalizione tra i due lembi del paese che potrebbe condurre ad elezioni parlamentari entro la fine di quest’anno. Nel frattempo le forze del generale Haftar continuano nella loro azione sul territorio e arrestano combattenti afgani a Derna.

SVOLTA?

Per la prima volta dal crollo di Gheddafi i leader politici si sono incontrati pubblicamente a Bengasi: preludio ad uno scenario del tutto nuovo per la Libia? Sette anni dopo la rivoluzione del febbraio 2011 la città di Bengasi, che fu la culla di quella stagione, è diventata la base dei sostenitori dell’ex regime, il cosiddetto Azlam, anche grazie all’azione sul territorio del generale Khalifa Haftar che ha consentito di prendere il controllo della città.

Il 12 e 13 maggio proprio Bengasi è stata teatro di un incontro pubblico coordinato con i comandanti di sicurezza e militari fedeli ad Haftar. I leader del vecchio regime facevano parte del gruppo organizzatore come parte dei comitati rivoluzionari, e non hanno celato il loro sostegno a Haftar contro l’Isis.

Tra i presenti c’erano i vertici della sicurezza ai tempi di Gheddafi, che all’indomani della caduta del regime avevano cercato riparo in Egitto (tra di loro il generale Saleh Rajab), oltre ad ex dirigenti dei comitati rivoluzionari, come Mustafa Zaidi, Al-Tayeb Al-Safi, Abdul Majid Al-Qa’ud e Mohammad Abu Al-Qassim Al-Zawi. Si potrebbe quindi essere in presenza di una primordiale pangea che potrebbe portare ad una fase elettorale in Libia entro la fine del 2018.

OFFENSIVA

Sullo sfondo, intanto, ecco la nuova offensiva delle forze fedeli al generale Haftar che hanno arrestato combattenti afgani a Derna. Una mossa che potrebbe preludere al desiderio non troppo velato di stabilire un controllo totale sulla Libia orientale, dal momento che Derna ad oggi è l’unica città della Cirenaica fuori dal controllo dell’Lna.

Appare evidente che il controllo della zona costiera libica orientale avrebbe un significato preciso nell’ottica di una competizione elettorale per il regime di Haftar. A Derna il principale schieramento è il Consiglio della Shura dei mujaheddin, vicino ad Al Qaeda al cui interno però vi sono soggetti salafiti jihadisti che appoggiano Haftar.

Proprio per fare il punto su quanto accade a Derna e porre fine all’accerchiamento della città nella Libia orientale, il membro del Consiglio presidenziale (Pc) Mohammed Emmari Zayed ha incontrato l’ambasciatrice dell’Unione europea in Libia, Bettina Muscheidt. “Condanno l’assedio a Derna e la sofferenza dei civili “ ha commentato Zayed.

Accanto a questo scenario, ecco che prosegue il dialogo del premier di Tripoli Serraj con Haftar per riunificare le forze armate nel Fezzan: l’obiettivo comune sembra essere quello di stoppare gli scontri a Sebha (31 morti in due settimane di guerriglia) anche se lo stesso Serraj avrebbe riferito che “finora Haftar non mi ha risposto”.

Serraj aveva chiesto al generale Haftar di convergere sulla nomina di un capo militare per la regione del Fezzan, ma Haftar avrebbe proposto un suo vice. Lo stesso Haftar è stato visitato anche dall’ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Perrone proprio per via dell’importanza che tale processo politico ha in vista delle elezioni.

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Libia nel caos dopo la morte del generale Haftar?

Arriva da twitter la notizia della morte del generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica. Lo ha riferito sul proprio account  il sito d’informazione Libya Observer.

Il capo dello Stato maggiore libico Abdul Razek al-Nadori è uno dei candidati alla successione anche se ha negato di essere stato promosso capo di stato maggiore.

L’altro candidato è Awan al Farjan. Il primo è sponsorizzato dagli Emirati Arabi, mentre il secondo dal Generale Al Sisi in persona, perché è plastica continuazione di Haftar a cui era legato da un legame di parentela (erano cugini).

Alitalia a Tripoli su mandato della Farnesina, ma il Viminale lo sa?

Chissà se mano sinistra e mano destra di questo Paese si parleranno, un giorno o l’altro. Per ora e specificatamente sul caso libico pare (ancora) di no. Mentre Alitalia, a giorni, sarà a Tripoli su mandato della Farnesina per tentare di perimetrare una possibile idea su voli diretti tra i due Paese, il Viminale non decide ancora di riaprire lo spazio aereo chiuso dai tempi delle bombe contro Gheddafi.

Si tratta di una questione molto delicata e sensibile, in quanto presenta alcune ramificazioni significative per le nostre imprese e, perché no, per il futuro della credibilità italiana. Da un lato appare evidente che esiste la volontà politica di ritornare seriamente in Libia e il primo passo, serio e potabile, non può che essere rappresentato da un volo diretto. Da un mese circa, su queste colonne, abbiamo riportato la possibile convergenza sul punto della compagnia Libyan Wings, che era pronta (ma lo sarà ancora dopo la scazzottata con Parigi?) a coprire la tratta da Tripoli per Fiumicino e Malpensa.

Un’interessante opportunità che avrebbe potuto investire anche Enac, quindi con personale italiano in Libia, con la manutenzione degli aeromobili affidata all’Italia, con un cordone di sicurezza da creare a Tripoli, anche in considerazione del fatto che proprio un consorzio italiano si occuperà di ricostruire i due terminal dell’aeroporto di Tripoli.

Ma nonostante tale manifestazione di interesse, al Forum italo libico di Agrigento anziché seguire una concretizzazione di promesse e annunci di intese, si è invece materializzato lo scatto di reni francese. Ora a fronte dell’appuntamento di Alitalia in Libia (programmato per il 7 agosto prossimo) ecco lo scoglio incarnato dal blocco dello spazio aereo che continua a non essere oggetto di discussione.

Lecito chiedersi: il Viminale ha compreso che solo un coordinamento oggettivo con la Farnesina potrebbe portare qualche speranza in più per l’Italia azzoppata sul caso libico dalla foga macroniana?

E più in generale, nel Paese e nelle sue istituzioni sta finalmente maturando la consapevolezza che l’inciampo libico ha messo a nudo tutti i difetti della politica estera italiana?

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Basta col tafazzismo italiano sulla Libia

Mentre una compagnia libica, la Libyan Wings, si offre di mettere un volo diretto da Malpensa e Fiumicino perché le nostre imprese stanno tornando a lavorare in Libia (un consorzio italiano ha preso l’appalto per aeroporto di Tripoli), il governo di Roma non muove un dito per togliere il divieto di sorvolo del nostro spazio aereo che fu imposto ai velivoli libici nel 2011.

Ma oggi le bombe non ci sono più.

Nel frattempo Macron ha invitato a Parigi Haftar e Serraj senza la presenza italiana. Per cui è facile prevedere che i voli con Tripoli e Bengasi li aprirà Air France e noi ci terremo lo spazio aereo chiuso e i flussi.

Così gli imprenditori italiani e i connazionali diretti in Libia (ormai cominciano ad essere molti) pagheranno il biglietto ai francesi.

Il pasticcio perfetto.

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