Il progetto armonico e di visione che manca in Libia

Che Libia avremo nel 2020? Gli errori politici sul binomio mai realmente armonizzato, Serraj-Haftar, in Libia stanno producendo destabilizzazione e scontri a fuoco, con innocenti ancora a pagare il dazio più caro. Ci sono intere famiglie tra i feriti civili dopo gli scontri scoppiati nel quartiere Abu Salim, a Tripoli. Si combatte e non si scorge un barlume di speranza in questa terra martoriata dal caos del post Gheddafi, dove tutte le ricette applicate non sono risultate corrette, né tantomeno caratterizzate da una visione.

Alla Libia manca un progetto armonico e di prospettiva, anche a causa di attori protagonisti che non possono dirsi soddisfacenti, per nomi avanzati e idee applicate. Troppo tempo si è perso con l’ex commissario Onu Bernardino Leon, di cui nessuno (davvero?) aveva intuito le mire carrieristiche emiratine. Tra l’altro i critici di Leon, negli ultimi tre anni, sono stati troppo facilmente relegati a scomode Cassandre, salvo poi scoprire che avevano ragione in toto.

L’avvento poi del tedesco Martin Kobler, che è stato preferito ad un’eventuale candidatura italiana che era nello stato delle cose, nonostante le resistenze del blocco centroeuropeo, ha portato in dote il nome di Serraj, che però non è riuscito a intrecciarsi con chi, gioco forza, andrà coinvolto seriamente in un discorso relativo alla stabilizzazione istituzionale del paese. Il generale Haftar è un interlocutore regionale preciso di cui non si può fare a meno.

E’chiaro che senza una decisa progettazione del caso Libia e con le incertezze della nuova amministrazione americana che sul Mediterraneo ha già fatto trapelare un netto disimpegno, se ciò che resta dell’Ue non metterà in campo un intervento netto e credibile, sorgerà solo altro caos e altra morte. Con i civili a pagare (ancora) pegno per le deficienze strutturali della politica.

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Non è mai troppo tardi per parlarsi (e risolvere il caso Libia)

Con dieci (o forse più) mesi di ritardo oggi si sono finalmente incontrati (anche se ufficiosamente lo avevano già fatto) il generale Khalifa Haftar e il premier libico Fayez al-Serraj al Cairo. E’ora che l’Ue e i partner geopolitici comprendano come, senza una costruttiva interlocuzione con Tobruk, sarà difficile stimolare una vera normalizzazione istituzionale della Libia.

Fino ad oggi è stato perso molto tempo circa una possibile analisi e un obbligatorio confronto tra chi è stato designato dall’Onu e chi ha il controllo di una parte significativa del territorio. Ci si rende conto (solo oggi?) che il procedere con impulsi esterni e senza la fisiologica dialettica con tribù e regioni locali sarà foriera di ulteriori elementi destabilizzanti, gli stessi che non hanno consentito nell’era del post-Gheddafi la normalizzazione istituzionale del Paese. La fase di acuta instabilità, oltre che essere boccone succulento per il terrorismo legato all’Isis, non consente ad esempio alle aziende italiane di tornare protagoniste in Libia, nonostante i 5 miliardi di crediti vantati siano certificati.

L’obiettivo di una Unione Europea responsabile e utile alla causa mediterranea deve essere quello di armonizzare le istanze dei territori libici, e non chiudersi a riccio su posizioni ortodosse che non portano a sviluppi. L‘effetto Siria, con la balcanizzazione di porzioni di territorio va evitato, anche se tutti sanno che francesi e inglesi hanno da tempo sezionato pezzi di Libia con propri mezzi, civili e militari.

L’auspicio è che anche l‘Italia, oltre alla firma del trattato sui migranti, pigi sull’acceleratore affinché le proprie aziende che da anni attendono il giusto riconoscimento, non siano lasciate nuovamente sole, e possano finalmente tornare a fare ciò che sanno: esportare il know how italiano e quella capacità umana che ci è invidiata in tutto il mondo.

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Immigrazione: gli obiettivi (ambiziosi) dell’accordo tra Tripoli e Roma

Immigrazione, controllo delle frontiere e contrasto al traffico di esseri umani, ma con il grande dubbio legato alla potenzialità del governo di Tripoli. Sono i tre temi al centro dell’accordo tra Libia e Italia siglato oggi nella capitale libica alla presenza del ministro dell’interno italiano Marco Minniti e del premier sostenuto dall’Onu Al Serraj.

Tre gli obiettivi del protocollo: stabilizzazione del paese, contrasto al traffico di esseri umani e cooperazione contro il terrorismo. L’Italia contribuirà a sigillare il confine meridionale del paese, quello con il Niger, da cui transitano la maggior parte dei migranti che entrano dall’Africa subsahariana. Roma garantirebbe investimenti e aiuti come i pattugliatori e impianti radar.

In sostanza si riprende la tela già tessuta in occasione di due accordi passati, del 2008 e del 2012, il primo dei quali sottoscritto dall’allora ministro dell’interno Roberto Maroni con il governo di Muammar Gheddafi. Non mancano i punti di domanda: il maggiore riguarda il fatto che governo di Al Serraj non è in grado di garantire un controllo del territorio al di fuori della capitale.

Cosa ha detto il gen. Haftar al Corriere della Sera

Fonte: Corriere della sera del 02/01/17

di Lorenzo Cremonesi

Dalla guerra contro l’Isis e il suo grande rispetto per il rapporto con Mosca, passando per la questione migranti, sino alle difficoltà nelle relazioni con l’Italia e con il governo di Fayez Serraj a Tripoli: per quattro ore il nuovo uomo forte della Cirenaica ha accettato di incontrarci nel suo ufficio in una base super protetta vicino all’aeroporto di Bengasi. «Gli italiani da noi sono sempre benvenuti. Peccato che alcuni abbiano scelto di stare con i nostri nemici», esordisce il generale Khalifa Haftar. Nato il 7 novembre 1943 nella regione di Bengasi, sostenitore della prima ora di Gheddafi, diventato suo generale fidato, poi però passato tra i ranghi dell’opposizione, esiliato negli Stati Uniti e tornato con la speranza di guidare da militare di professione la rivoluzione del 2011, Haftar replica offeso a coloro che lo paragonano al Colonnello per il suo piano di ricostruire l’esercito partendo dalla Libia orientale, mirando a sconfiggere le milizie e scacciare i jihadisti da tutto il Paese. «Io come Gheddafi? Una menzogna ridicola e senza fondamento! Chi lo dice ignora la mia lunga e sofferta lotta contro di lui», sbotta brusco.

Generale, tre anni fa l’accusarono di golpe quando annunciò la sua intenzione di usare il vecchio esercito contro il terrorismo dell’Isis. Oggi i suoi fedelissimi sono alla periferia di Tripoli e la regione di Bengasi appare molto più sicura. Dove porta la sua battaglia?
«Per comprendere i nostri successi occorre ricordare che nascono dalle delusioni dopo la caduta di Gheddafi. I libici si attendevano pace, sicurezza e democrazia. Ma da subito sono cresciute le forze del radicalismo legate ai Fratelli musulmani. I libici già nel 2012 vennero chiamati al voto. Però dopo decenni di dittatura non avevano alcuna idea di cosa volesse dire democrazia. Semplicemente non erano pronti. Così dal Consiglio di transizione e dal primo Parlamento di Tripoli sono emerse le forze del terrorismo. Il popolo ha eletto le persone sbagliate, che ne hanno approfittato per promuovere Al Qaeda e persino il nuovo Isis assieme a una visione pericolosa dell’Islam».

Lei quando è sceso in campo?
«Voi europei non sapete con quanta rapidità l’Isis e i movimenti islamici locali come Ansar al Sharia abbiano cominciato a minacciare, sequestrare, assassinare tutti coloro che consideravano nemici. È iniziato specialmente nell’Est, ma si è sparso a macchia d’olio. Dal 2012 sino all’inizio della mia Operazione Karama (Dignità, ndr) nel maggio 2014 sono stati uccisi oltre 700 militari e almeno altrettanti civili tra Bengasi e la Cirenaica: per lo più giornalisti, intellettuali, cristiani, avvocati, professori, giudici, imam moderati, difensori dei diritti delle donne, esponenti della società civile. Chiunque protestasse, anche solo su Internet, veniva eliminato brutalmente e le foto dei cadaveri diffuse per incutere paura, obbligare al silenzio».

Come si è organizzato?
«A Tripoli ho provato a lanciare appelli, a chiedere aiuto ai vecchi militari. Ma il governo voleva arrestarmi. Allora sono venuto a Bengasi. Ho raccolto 300 volontari tra i soldati più fedeli assieme a 25 ufficiali armati e dotati di 75 veicoli di vario genere. Il 16 maggio 2014 abbiamo attaccato in forze Rafallah Sati, la base dell’Isis e Al Qaeda nel centro di Bengasi. Loro controllavano 7.000 uomini. Ma non si aspettavano il nostro assalto e abbiamo ucciso 250 dei loro capi. Il giorno dopo davanti alla mia caserma c’erano 2.000 nuovi volontari, tanti con i loro fucili e negli zaini cibo per un mese. Poi il nostro numero non ha fatto che crescere. Ora conto di una forza di 50.000 uomini, che controlla circa l’80 per cento del Paese. Pattugliamo i pozzi petroliferi e i terminali qui nell’Est a Ras Lanuf, Brega, Al Sidr. Nessuno ruba gas o greggio. Vige la legalità. Anche i berberi delle montagne di Nafusah, a sud di Tripoli, sono nostri alleati».

In quella zona si trova prigioniero Saif al Islam, il figlio più noto di Gheddafi. Ha un futuro politico?
«Non lo credo proprio, è politicamente bruciato».

Quante perdite ci sono state?
«L’Isis e i jihadisti hanno subito circa 7.000 morti. Ma hanno ricevuto nuovi volontari dall’estero. Oggi ne restano 150 a combattere accerchiati in due quartieri di Bengasi. Noi abbiamo perso circa 5.000 soldati. Purtroppo i jihadisti vengono aiutati anche da alcune tra le milizie di Misurata, che sono radicali e combattono il nostro progetto di smantellarle in nome della supremazia dell’esercito».

Misurata ha perso 1.000 uomini contro l’Isis negli ultimi mesi a Sirte, perché dovrebbe aiutare le colonne jihadiste a Bengasi?
«Senza l’aiuto americano Misurata non avrebbe mai preso Sirte. Loro si sono mossi solo quando hanno visto che i miei soldati stavano per accerchiarla. E comunque alcune delle loro brigate, come la Faruq, sono alleate dell’Isis, ne condividono fanatismo e credo religioso».

Ultimamente lei è stato a Mosca. Una visita che coincide con la crescita dell’influenza russa in Medio Oriente, specie dopo la ritirata dei ribelli siriani da Aleppo. Ha ricevuto aiuti da Putin?

«La Libia ha una lunga storia di ottime relazioni con la Russia. Io mi sono recato a Mosca anche perché volevo rimettere in vita alcuni contratti interrotti nel 2011. Ho molto apprezzato la politica di Putin e i suoi sforzi nella lotta contro il terrorismo in Medio Oriente».

Le ha promesso armi?
«Mosca fa parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che ha votato l’embargo militare nei nostri confronti. Si muove in modo serio, rispettando le convenzioni internazionali. Ci è stato detto che le armi possono arrivare solo dopo la fine dell’embargo e Putin si impegna per cancellarlo. Comunque noi ci aspettiamo aiuti da tutti per combattere l’Isis. Saremmo ben contenti di cooperare con la Gran Bretagna, la Francia o la Germania. Italia compresa, purtroppo sino a ora il governo di Roma ha scelto di aiutare soltanto l’altra parte della Libia. Avete mandato 250 uomini tra soldati e personale medico per gestire l’ospedale di Misurata. A noi nulla. Negli ultimi giorni ci era stato promesso l’invio di due aerei per trasportare negli ospedali italiani alcuni dei nostri feriti gravi. Ma sino a ora non sono arrivati, forse per il brutto tempo. Ci saremmo aspettati maggior cooperazione. Non abbiamo apprezzato il discorso di fine d’anno del vostro capo di Stato maggiore in visita a Misurata».

Cosa intende?
«Ha detto che l’Italia sostiene le milizie di Misurata, cosa che va oltre una pura missione medica di pace. Conosco le tematiche del vostro ospedale. Il numero due della vostra intelligence è un mio caro amico, viene spesso a trovarmi e ne abbiamo parlato più volte. Però consiglierei ai Paesi stranieri e al vostro di non interferire nei nostri affari interni. Lasciate che siano i libici a occuparsi della Libia».

I migranti in arrivo dalla Libia rappresentano un grave problema europeo. Siamo tutti coinvolti, non crede?
«Noi siamo un Paese di transito. Se il nostro esercito controllerà i nostri confini meridionali il problema si ridurrà per tutti. E ciò vale anche per la questione degli impianti energetici tanto cari all’Italia. Sarei ben contento di parlarne con i dirigenti dell’Eni».

L’Italia come gran parte dell’Europa e l’Onu sostengono il governo di unità nazionale del premier Serraj. Lei è pronto a cooperare con lui?
«Siamo in una situazione di guerra, dominano le questioni legate alla sicurezza. Le circostanze non sono favorevoli ai tempi della politica. Occorre combattere per salvare il Paese dagli estremisti islamici. Io comunque ho cominciato a dialogare con Serraj ben due anni e mezzo fa. Senza alcun risultato concreto. Battuti gli estremisti potremo tornare a parlare di democrazia ed elezioni. Ma non ora».

Lo stesso Serraj chiede di negoziare. La stampa algerina scrive che state per incontrarvi. Conferma?
«No. Non so niente di questo. Personalmente non ho nulla contro Serraj. L’ultima volta ci siamo parlati direttamente il 16 gennaio 2016. Il problema non è lui, bensì le persone che gli stanno attorno. Se intende davvero lottare per pacificare il Paese, impugni il fucile e si unisca ai nostri ranghi. Sarà sempre benvenuto».

Washington chiede all’Italia la “fase due”. Ma Roma sulla Libia cosa rischia?

Da un lato il governo uscente di Washington che chiede a Roma una “fase due” sulla Libia. Dall’altro il rischio che Roma, con un governo probabilmente agli sgoccioli causa referendum del prossimo dicembre, non sia in grado di fare molto.

Nella sua visita alla Casa Bianca Matteo Renzi non solo ha ricevuto una sorta di investitura da parte di Obama sui destini post referendum, ma anche con riguardo al Mediterraneo di domani.

Certo è che, prima del domani, andrà affrontato l’oggi con una Libia in cui a Tripoli Onu e Usa continuano a puntare su Al Serraj, che rischia però di non avere il polso dei territori. Se la cosiddetta “fase uno” ha riguardato la creazione del governo Serraj, è la vulgata andata in scena durante l’incontro Obama-Renzi, la “fase due” consisterà senza dubbio (almeno nelle intenzioni) nel dar seguito alla cacciata dell’Isis da Sirte con un sostegno a Serraj sul piano diplomatico, economico e anche militare.

Un accordo, quindi, andrebbe ricercato con energia con il vero grande interlocutore che sui territori ha presa: il generale Haftar alleato con la componente di Tobruk, sostenuto dall’Egitto e dalla Russia. I 300 soldati italiani che hanno messo su l’ospedale di Misurata fanno il paio con l’intelligence italiana presente in loco. Meglio però hanno fatto francesi e inglesi, che da molto più tempo sono presenti nel paese in due distinte aree.

Libia, lo scenario peggiore e il dualismo Haftar-Sarraj

Cosa significa la presa, da parte delle truppe di Tobruk guidate dal generale Khalifa Haftar, dei porti petroliferi di Zueitina, Brega, Sidra e Ras Lanuf? In primo luogo è uno smacco al governo di unità nazionale di al-Sarraj sostenuto dall’Onu, al momento in netta difficoltà nel presidiare il territorio e postazioni così significative e strategiche come sono i porti petroliferi. In secondo luogo si assiste allo scenario peggiore che si potesse ipotizzare per il dossier libico: ovvero una contrapposizione fazionistica esasperata tra due blocchi di potere (e di alleanze) nel paese, che allontana di fatto la normalizzazione istituzionale tanto auspicata.

Il controllo della Mezzaluna petrolifera da parte del generale Haftar, che comanda l’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) ostile al governo di Tripoli, presenta anche un risvolto tecnico non secondario. Le Guardie delle strutture petrolifere libiche (Pfg), che al momento sono alleate del governo di accordo nazionale di Tripoli, hanno infatti ceduto i porti di greggio senza combattere, quasi a voler certificare un’evidenza ovvero la non completa realizzazione del piano targato Onu, con un governo quello di Sarraj ancora incerto e poco solido in loco (e nella strategia decisionale).

Lo stesso presidente del Consiglio presidenziale libico, Sarraj, che si trova per qualche giorno in Italia, ha replicato alla presa dei porti annunciando una sorta di controffensiva per la ripresa dei terminal, così come si legge sul profilo Facebook del Consiglio di Tripoli. Il pensiero dell’ambasciatore Giorgio Starace, inviato speciale del governo italiano per la Libia, ovvero che è assolutamente necessario evitare un pericoloso conflitto per il controllo dei terminal petroliferi in Libia, è condivisibile per mille e più ragioni. Non sarà certo con altro bagno di sangue e altra lotta (armata e colorata di greggio) che si salderanno vecchi conti e si aprirà una pagina nuova per la Libia. Ma solo una stagione di dialogo e di interlocuzioni fruttuose con tutte le componenti del paese (tribù in primis) permetterà di abbassare o toni e ragionare sull’organizzazione futura.

E proprio nel momento in cui in Siria si assiste ad un tentativo di intermediazione tra due blocchi, distanti e distinti, è un vero peccato che in Libia si riaccenda un focolaio che, nonostante fosse rimasto acceso e ardente sotto i carboni, poteva essere sulla strada dello spegnimento progressivo.

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Nomina di Al Nakua come ramoscello di ulivo verso Haftar?

La nomina del colonnello Najmi Ramadan Khair Al Nakua a comandante della guardia presidenziale da parte del presidente del Consiglio presidenziale libico, Fayez al Sarraj, può essere un ramoscello di ulivo inviato al Generale Haftar?

Al Nakua, che avrà come vice i colonnelli Mohamed Abu Bakr Laqri e Ibrahm Ahmed Abdullah Bilad, è nato a Garian ed il suo nome è stato proposto dal Colonnello Salem Juha, una sorta di ambasciatore incaricato di mediare tra le forze che sostengono il generale Kahlifa Haftar e i misuratini. Il fatto che sia anche un personaggio gradito ad Abu Dhabi, dove è stato impegnato come addetto alla Difesa, rappresenta un altro passaggio che contribuisce a comporre (e anche a chiudere?) questo intricato cerchio.

Nata per volontà governativa lo scorso maggio, la guardia presidenziale rappresenta una sorta di corpo scelto, incaricato di sorvegliare e proteggere il Consiglio presidenziale e tutte le altre istituzioni sovrane, come ad esempio la Banca Centrale della Libia. Ma nei primi mesi fortissime sono state le controversie circa la sua composizione, con da un lato le fazioni in auge a Misurata e dall’altro la componente internazionale legata all’uomo Onu Martin Kobler, che da tempo ormai ha puntato tutto su Al-Serraj.

Il fatto che un nome, anche se non proprio condiviso, ma praticamente a metà strada tra le due fazioni possa utilizzare quello scranno per alleviare dissapori e scontri all’interno del paese, è un’opzione al momento sul tavolo. Nel caso si concretizzasse sarebbe da salutare senza dubbio in primis con ottimismo e poi con realismo. Il processo che dovrebbe condurre alla normalizzazione istituzionale della Libia è ancora lungo, farraginoso e frastagliato.

Ma da oggi uno strumento significativo come la guardia presidenziale è presente nello scacchiere del paese con una testa di ponte che non è un nome di rottura. E questa è una buona notizia.

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Che cosa augurare al nuovo ambasciatore italiano in Libia

Dialogo, raccordo e stretta collaborazione con le forze che lavorano alla normalizzazione istituzionale in Libia. Sono i tre auspici rivolti al neo ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone, al lavoro per la prossima riapertura della nostra sede diplomatica.

Nel paese si sta di fatto aprendo una fase due dopo la premessa rappresentata dai 30 giorni di attacchi da parte di Usa e forze europee che è certamente imprescindibile, dal momento che in questo modo si gettano le basi per una possibile soluzione del caso libico, che passi da una normalizzazione istituzionale. Ma come sosteniamo ormai da tempo su queste colonne e alla luce del prestigioso seminario promosso da Rete Libia in Senato lo scorso 19 aprile (in cui, per la prima volta assieme, si sono confrontati i due rappresentanti di Tripoli e Tobruk a Roma con la regia della Camera di Commercio Italolibica) l’operazione militare avviata dagli Usa in Libia ha come primo effetto quello di legittimare il governo di Al-Serraj ma al contempo dovrebbe puntare a evitare errori del passato e soprattutto di comporre il medesimo (e deleterio) schema che sta andando in scena in Siria.

Un danno veder proiettate su suolo libico le frizioni internazionali di Stati e le derive legate alla geopolitica, mentre al primo posto va messo l’interesse locale con un occhio di riguardo ai nodi che concernono anche l’Italia: quello sul caso migranti e quello relativo ai crediti maturati dalle imprese italiane.

E’la ragione per cui il contributo italiano in virtù della nuova presenza in loco potrebbe essere strategico non solo al fine di abbozzare una forma di dialogo con Tobruk e Bengasi, ma anche in merito ai crediti maturati dalle imprese italiane in Libia e che, nonostante il Trattato di amicizia italolibico del 2008, non sono stati restituiti alle aziende del nostro Paese. A seguito di quel passaggio burocratico il Governo italiano avrebbe dovuto accantonare 225 milioni di euro all’anno e invece ancora oggi quelle imprese attendono ancora il dovuto. L’augurio è che la riapertura della nostra sede diplomatica possa rappresentare l’occasione anche per dare risposte su questa vicenda.

Ma dopo gli strike e le bombe serve evitare l’effetto Siria

L’operazione militare avviata dagli Usa in Libia ha come primo effetto quello di legittimare il governo di Al-Serraj e al contempo di eliminare fisicamente il primo “strato” di milizie del Califfato nel Paese. Al fine, però, di evitare errori del passato e soprattutto di comporre il medesimo (e deleterio) schema che sta andando in scena in Siria, sarebbe utile pianificare anche una strategia politica vera e articolata, che affianchi (a magari guidi) l’intervento di droni e caccia.

Al primo punto il tentativo di dialogare con Tobruk e Bengasi, nella consapevolezza che Tripoli per raggiungere l’obiettivo ambizioso della normalizzazione istituzionale non può tagliare fuori l’interlocuzione con il generale Haftar. La premessa rappresentata dai 30 giorni di strike è certamente imprescindibile. In molti convergono sul fatto che in assenza di un primo segno, fermo e deciso, sarebbe stato più arduo procedere al cosiddetto “secondo tempo” libico. Non va trascurato, a questo punto, il rischio che le contrapposizioni tra Tripoli e Tobruk possano sfociare in quello che era visto, almeno sino a pochi mesi fa, come lo scenario da evitare a tutti i costi. Uno spacchettamento in stile muro di Berlino della Libia, con tre zone di influenza, contrapposte e frazionate. Sarebbe quello il momento in cui l’Isis vedrebbe riconosciuto il proprio effetto destabilizzante nell’intera macro area.

Detto dei soldati Usa che a breve utilizzeranno (se non lo stanno già facendo) le basi italiane in Sicilia, ci sono i francesi ben presenti in zona da almeno tre mesi oltre agli inglesi, su cui però non sono mai giunte conferme.

Il secondo punto, forse ancora più dirimente, è l’orizzonte di queste bombe. Chiaramente sono il primo passo verso una fase da movimentare e non da subire, forse la mossa più prossima e più facilmente alla portata. Ma occorre, già da oggi, immaginare analiticamente lo scacchiere che tra 29 giorni sarà palese in tutta la Libia.

Ovvero cosa fare delle macerie (soprattutto sociali) e in quanto tempo. Contrariamente si lascerà spazio a chi tifa per il modello Siria, dove il mancato accordo tra Washington e Mosca sta aggiungendo confusione elevata al cubo al caos e alla tragica distruzione già in atto.

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La tratta dei migranti si ferma avendo (almeno) un governo (vero)

Gli 87 corpi ritrovati sulla spiaggia e al largo di Sabrata sono la plastica raffigurazione dell’arrendevolezza della comunità internazionale sul caso libico. Prima di lanciare strali contro le organizzazioni criminali, che minacciano di far transitare dalla Libia sino alle coste italiane almeno 500 mila migranti, è imprescindibile lavorare per la stabilizzazione istituzionale del Paese, propedeutica a qualsiasi altra attività. In assenza di un governo unitario che sia unico interlocutore, certificato e autorevole, ogni altra mossa sarà solo il frutto di un procedere in ordine sparso. Con il rischio, esponenzialmente moltiplicato, che un effetto Siria accada anche in Libia.

In questo senso il meeting nella città di Sabrata, a cui hanno preso parte i capi tribù e le istituzioni locali per discutere dell’emergenza migranti, è da salutare con favore solo in un’ottica di generale ricomposizione che passi proprio dalle mani delle amministrazioni e delle singole tribù. Spetterà a loro, certamente con il sostegno dei paesi Ue e dell’intera macroarea democratica che si estende sino a Mosca, trovare la quadra ed esprimere idee e visioni.

I vicini di casa della Libia non godono certo di buona salute. Il golpe turco era ciò che Erdogan aspettava per cementare la sua dittatura. La Lega Araba è in fibrillazione, perché un gruppo terroristico sostenuto da un “paese straniero” avrebbe pianificato di uccidere il presidente egiziano al vertice della Lega stessa. A Tunisi in occasione del 59esimo anniversario dalla fondazione della Repubblica, il presidente della Tunisia, Beji Caid Essebsi, ha deciso di graziare 1600 detenuti.

Mentre una vasta operazione antiterrorismo è avvenuta vicino al monte Sammama, nel governatorato di Kasserine al confine fra Tunisia e Algeria, con l’obiettivo di stanare gruppi jihadisti che abitualmente stazionano lì.

Il nuovo inviato dell’Onu Martin Kobler ha l’ingrato compito di non far rimpiangere il nulla prodotto dal suo predecessore. Difficile mancare l’obiettivo, ma il rischio è proprio quello di un rilassamento in vista dell’obiettivo minimo, quando invece occorrerebbe puntare davvero all’obiettivo più grosso: stabilizzare la Libia, neutralizzare le postazioni filo Isis, restituire alle imprese italiane il ruolo che meritano in quel pezzo di Mediterraneo. Ma prima urge un governo uno.

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