Italia e Grecia, un nuovo inizio in Libia?

Sono stati i primi due premier a incontrare in Libia il nuovo numero uno della politica libica, Abdul Hamid Dbeibeh. E oggi hanno parlato per alcuni minuti di Mediterraneo e geopolitica. Mario Draghi e Kyriakos Mitsotakis insieme a Tripoli.

Entrambi sono ben consapevoli degli scenari che si stanno distendendo nel paese. La Turchia è diventata il super player a quelle latitudini, posizione che Erdogan ha rafforzato facendo accettare dal governo ad interim e dal parlamento libico l’accordo marittimo con la Turchia. Un atto che ha fatto registrare l’opposizione della Grecia, che lo ritiene altamente illegittimo in quanto ignora il fazzoletto di acque a sud di Creta.

Di contro, gli Stati Uniti dopo il cambio di amministrazione alla Casa Bianca, hanno individuato le debolezze finanziarie turche che sono alla base delle nuove esigenze di Ankara: ovvero ricucire con i paesi del Mediterraneo. 

Mitsotakis e Draghi, si sono confrontati sulla situazione in Libia e sulla necessità per l’UE e gli Stati membri di sostenere gli sforzi per ricostruire, stabilizzare e tenere le elezioni in Libia. Hanno anche avuto l’opportunità di discutere le eccellenti relazioni bilaterali, di cui prova tangibile è l’Accordo di delimitazione delle zone marittime, che è un modello per l’attuazione del diritto internazionale, nonché la legittimità internazionale e la cooperazione degli Stati costieri nella regione.

Hanno anche discusso del coordinamento dei due paesi sulle questioni dell’UE, soprattutto nel campo dell’immigrazione, nonché del Recovery Fund.

I cinque giorni di Ginevra che possono cambiare il destino della Libia

Il processo di pace in Libia “convive” con la costante presenza in loco di mercenari stranieri e con la chiusura della principale strada costiera tra l’est e l’ovest della Libia. Quali conseguenze ci saranno verso una normalizzazione istituzionale del paese?

Il prossimo venerdì a Ginevra scadrà il termine per la presentazione, da parte dei delegati libici, di un piano di lavoro che preveda l’indicazione di un primo ministro e di un consiglio di presidenza composto da tre membri. Si potrà pescare da una lista di 45 candidati.

La nuova autorità in seguito guiderà il paese fino alla scadenza elettorale del prossimo 24 dicembre 2021. Inoltre avranno il compito di promuovere un referendum sul controverso progetto di costituzione prima delle elezioni.

Ma non mancano le difficoltà, in primo luogo riguardo le diverse sensibilità dei delegati. Sul punto è intervenuta l’inviata delle Nazioni Unite in Libia, Stephanie Williams, che in occasione dell’intervento di apertura ai colloqui di Ginevra del Libyan Political Dialogue Forum ha precisato che la diversità dei background dei candidati “è un segno positivo per un nuovo periodo di transizione, che non riguarda in alcun modo la divisione della torta”.

Pollice in su dall’ambasciata degli Stati Uniti che si è congratulata con il Libyan Political Dialogue Forum (LPDF) per il processo di nomina trasparente dei candidati.

Grecia e Libia: tutte le strategie di Biden per il Mediterraneo

Di Francesco De Palo 

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 04/01/2021

Non c’è solo il dossier iraniano al centro delle nuove politiche Usa, dopo l’avvicendamento alla Casa Bianca. La presidenza di Joe Biden infatti si apre con un tema significativo, che avrà riverberi precisi su equilibri ed influenze in due quadranti strategici come quello euromediterraneo e quello mediorientale. La Grecia si candida ad assumere il ruolo di primo military-hub della Nato e degli Usa nel Mediterraeo orientale, spodestando la Turchia, la cui base americana di Incirlik viene depotenziata a vantaggio di Souda Bay, a Creta i cui lavori di raddoppio sono ormai prossimi per ospitare più sottomarini nucleari e fregate.

Una doppia commessa nel settore aeronautico permetterà ad Atene di cambiare pelle, sia da un punto di vista tecnico che da un punto di vista geopolitico. In primo luogo il governo Mitsotakis ha acquistato dalla Francia 18 caccia Rafale, i primi sei in consegna già nel 2021: sostituiranno progressivamente i Mirage 2000 e gli F-16. Inoltre ragiona ancora sul possibile (anche se complesso) acquisto di F-35 dagli Usa, ovvero una parte di quelli inizialmente destinati alla Turchia ma non più venduti dal Pentagono a Recep Tayyip Erdoğan per via dell’incompatibilità con il sistema missilistico russo S-400, che Ankara ha acquistato da Mosca, innescando la nota crisi diplomatica con Washington.

Si tratta di un investimento importante per le casse elleniche, inimmaginabile solo pochi anni fa a causa della crisi economica e degli interventi della troika che tanto scalpore hanno fatto, ma che gli Usa controbilanciano con assist significativi ad Atene. In primis i nuovi cantieri navali a Syros che permettono alla Grecia di scalare posizioni: lì il cantiere navale Neorion, di proprietà della società americana ONEX, è certificato dalla 6a flotta statunitense e dalla US Navy, per la manutenzione delle navi militari statunitensi. La Marina degli Stati Uniti prevede così di riallocare una parte dell’ opera di manutenzione della sesta flotta ai cantieri navali greci creando un indotto rilevante.

In secondo luogo va citato il mega investimento da 1 miliardo di dollari per 100mila nuovi posti di lavoro che Microsoft effettua in Grecia, al fine di accelerare la trasformazione digitale dell’intera macro area. La firma è giunta in occasione della recente visita ad Atene del numero uno di Microsoft, Brad Smith, che ha siglato il nuovo accordo con il premier Kyriakos Mitsotakis: permetterà così di costruire un polo di data center digitale che aumenterà il potenziale di investimento della Grecia, dove già opera un colosso mondiale come Tesla il cui laboratorio è ospitato nel Demokritos Center in Attica e lavora alla creazione di un super treno senza pilota.

Difesa, geopolitica e tecnologia sono i tre capisaldi della nuova veste ellenica a vocazione intercontinentale, a cui si somma un altro dossier particolarmente strategico: quello energetico. Dalla Grecia transiteranno contemporaneamente i tre nuovi gasdotti che stanno ridisegnando le mappe delle alleanze e delle contrapposizioni tra superpotenze: il Tap, il Tanap e l’Eastmed (quando sarà ultimato sulla tratta Israele-Salento). Per questa ragione Atene, dopo aver fortificato relazioni con Tel Aviv, Il Cairo, Abu Dhabi e Parigi, è diventata centrale per le politiche americane nel Mediterraneo e anche nei Balcani, corroborate tra le altre cose dalla partnership tra gli armatori Ross (ex Segretario Usa al commercio) e Marinakis (l’oligarca proprietario della squadra di calcio dell’Olympiakos Pireo).

Lo dimostra l’interesse a stelle e strisce per il porto ellenico di Alexandrupolis, nei pressi del quale transitano le pipeline del gas e da cui si apre un corridoio lungo l’intero costone balcanico, strada ideale per il passaggio delle truppe Nato e Usa. E ancora, anche se poco pubblicizzata, c’è un’altra opera logistica che assumerà un ruolo non secondario nell’intero scacchiere: la Via Carpatia da cui partirà una sorta di cerniera Nato dal porto di Alexandrupolis fino in Lituania: ovvero un corridoio verticale da sud e nord su cui si stanno articolando interessi economici e geopolitici che avranno effetti anche sugli equilibri di crisi ancora irrisolte come Libia, Siria e Turchia.

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Che cosa sta progettando Pompeo per Grecia e Libia

Di Francesco De Palo 

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 01/10/2020

Come sta cambiando la strategia americana nel Mediterraneo orientale e centrale? Le nuove interlocuzioni sull’asse Washington-Atene, sommate alle tensioni create dalla Turchia si riveleranno decisive per i futuri equilibri?

Un passo in questa direzione lo ha fatto il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, in visita in Grecia per la seconda volta in un anno. Da tempo gli Usa stanno ufficiosamente ragionando sul ruolo passato della base turca a Incirlik e su quello futuro da affidare, in sostituzione, proprio alla Grecia, con cui il nuovo accordo militare siglato a dicembre scorso permette a mezzi e uomini a stelle e strisce di utilizzare quattro basi in terra ellenica, dove già ci sono droni e caccia.

Il Pentagono però non ha mai avallato pubblicamente queste voci, anzi uno dei suoi portavoce, il tenente colonnello Thomas Campbell, ha recentemente dichiarato che gli Stati Uniti “non hanno intenzione di porre fine alla presenza alla base aerea di Incirlik“. Ma nel frattempo la posizione turca in Siria, Libia, Cipro e adesso anche nel Nagorno Karabakh si sta rivelando più intraprendente del previsto anche per Washington.

La Grecia di fatto sta diventando il nuovo hub militare Usa nel Mediterraneo orientale, anche per ragioni di carattere energetico. Il porto di Alexandrupolis, su cui è prossima la privatizzazione da parte di players americani, è un “occhio” anche sui gasdotti Tap e Tanap che da lì transitano, oltre che assicurare uno sbocco marittimo in direzione Balcani per le truppe Usa e Nato che lì arrivano. Rappresenta anche il controcanto atlantico all’influenza di Mosca sul porto di Salonicco, recentemente privatizzato da un consorzio di cui fa parte l’oligarca ellino-russo Ivan Savvides, già deputato alla Duma e forte di una relazione privilegiata con Vladimir Putin.

Inoltre gli sforzi americani sui cantieri navali ellenici a Syros e Skaramangas hanno come punto di caduta la possibilità di dare fiato (e appalti) al sistema ellenico. Non va dimenticato, inoltre, che il fronte anti-Turchia incarnato da gruppi di fede musulmana, cattolica, ortodossa ed ebraica sta collaborando armoniosamente per ribaltare le intenzioni di Erdogan nel Mediterraneo orientale e nell’Egeo. Il riferimento è alla cooperazione tra i ministri degli Esteri di Israele, Grecia, Egitto, Francia e Emirati Arabi Uniti che stanno facendo fronte comune contro le minacce turche avanzate contro Libia, Grecia e Cipro per interessi legati al dossier energetico.

Pompeo ha anche dato il via libera al raddoppio della base di Souda bay a Creta, che diventerà il nuovo avamposto verso il Medio Oriente (logistico e dell’intelligence). Per ora diventa sede permanente per l’enorme nave da guerra USS Hershel “Woody” Williams, la nuovissima portaelicotteri Usa con i V-22 Osprey a decollo verticale. La visita di Pompeo a Creta, nella residenza privata del premier Kyriakos Mitsorakis, mira a chiarire anche questo aspetto: il senatore Ron Johnson ha pubblicamente detto che gli Stati Uniti stanno costruendo l’installazione navale a Souda bay come alternativa a Incirlik.

Ufficialmente non ci sarà una parola adesso di Pompeo viste le concomitanti crisi in Libia, Siria e Nagorno: ma il dato è, nei fatti, ormai tratto. Le tensioni bilaterali Usa-Turchia stanno spingendo i funzionari del Pentagono ad accelerare le riflessioni su un possibile ritiro da Incirlik, perché si teme che qualche militare Usa venga rapito o usato come baratto in un fazzoletto di terra dove i desiderata di Erdogan contano più di trattati internazionali e diritti umani. In sostanza Washington lavora ad un’alternativa, già pronta in Grecia, in caso di rottura. Rottura che, nessuno al momento può escluderlo, potrebbe avvenire anche con Biden vincente.

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Il porto di Misurata alla Turchia per 99 anni: come cambia lo scenario anche per l’Italia

Il porto libico di Misurata diventa turco per 99 anni: una mossa che segue la traccia imposta da Erdogan non solo allo scacchiere libico ma all’intero versante euromediterraneo, con l’Italia principale perdente.

Turchia e Qatar hanno firmato un nuovo accordo militare con Tripoli. Il Qatar finanzierà i centri di addestramento militare istituiti in base all’accordo. Un centro di coordinamento tripartito verrà istituito a Misurata, in Libia. A Misurata verrà allestita anche una base navale turca.

Il porto di Misurata sarà a disposizione delle forze armate turche per i prossimi 99 anni, assieme alla base aerea di Al Batiya, dove verranno schierati i droni turchi e i sistemi anti aerei. Una mossa dettata dall’esigenza turca di fortificare la propria influenza in Libia, con una presenza militare precisa e più densa. Navi da guerra e sottomarini saranno schierati nel paese anche nella prospettiva di una contrapposizione con Cipro e Grecia nel Mediterraneo orientale.

La Grecia come è noto ha raggiunto un accordo con l’Egitto per la Zona economica esclusiva, e ha incassato anche l’appoggio della Francia, dopo quello di Israele e Usa, nel dossier energetico. Ma a pagare il maggior dazio potrebbe essere proprio l’Italia, la cui posizione naturale in Libia è stata occupata da Ankara.

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L’ultima vera occasione dell’Italia in Libia

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 24/06/20

La mutazione genetica che lo scacchiere libico ha avuto nelle ultime settimane dovrebbe rappresentare, in prospettiva, la base su cui poggiare il nuovo schema di gestione “alla siriana” del regno che fu di Gheddafi (al netto di sempre possibili colpi di scena).

L’accelerazione imposta dalla Turchia dallo scorso settembre ad oggi, figlia di una penetrazione militare anticipata dalla strategia neo ottomana di Erdogan, ha ottenuto il risultato di consolidare il ruolo di Ankara come nuovo player su Tripoli e Sirte, disinnescando le mire del generale Haftar e destando Washington dal torpore in cui era caduta sul punto.

Il governo riconosciuto dall’Onu di Al-Serraj, più volte tra il 2018 e il 2019, aveva lasciato intendere di aspettarsi una mossa risolutrice, ma la stessa Roma era rimasta sorda dinanzi alle reiterate richieste. La conferenza internazionale siciliana, al pari del recente meeting di Berlino, hanno avuto solo un impatto mediatico ma non risultati concreti: segno che la matassa libica non poteva essere risolta con tavoli e proponimenti. La soluzione, per ora, si ritrova nell’azione che c’è stata, a tenaglia, di Turchia e Russia.

Di contro, conscio delle difficoltà che il dossier energetico nel Mediterraneo Orientale impone alla smania turca, Erdogan ha preferito volgere lo sguardo alla Libia (dopo la Siria), visto e considerato che su Grecia e Cipro c’è un granitico blocco di alleanze formato da Usa, Francia, Israele, Egitto che non gli consente ulteriori spazi di manovra, al di là delle consuete provocazioni oltre le quali egli stesso sa di non poter andare.

Diverso lo scenario libico, dove l’accordo siglato tra Erdogan e Al-Serraj sulla delimitazione marittima mira alla realizzazione di un corridoio energetico. Mossa che ha avuto come effetto (non immediato) l’accordo siglato la scorsa settimana tra Roma e Atene per lo spazio marittimo adriatico. Ma se il Mediterraneo orientale è denso di pericoli e rischi per la Turchia, il golfo della Sirte rappresenta invece una straordinaria occasione politica ed economica. Lì vi sono vere proprie praterie dal momento che la balcanizzazione siriana è il nuovo metro di azione, sempre che Mosca lasci ancora filo all’alleato del Bosforo.

In questo contesto articolato e in evoluzione, al netto delle fondamenta geopolitiche citate, chi può recriminare non poco è l’Italia, sostituita dalla Turchia nella partita libica. Roma, non va dimenticato, ha un accordo con la Noc, il principale player petrolifero libico per il tramite di Eni: una contingenza che la Farnesina dovrebbe tenere maggiormente in considerazione, per una miriade di motivi, noti da tempo.

E’di tutta evidenza come, ad oggi, la Turchia si trovi in una posizione di forza ma la presenza italiana in loco, con una squadra di sminatori, seppur di lieve impatto, potrebbe rappresentare davvero l’ultima occasione per l’Italia in Libia. Ma solo se gestita con sagacia tattica e con una rete di influenze ed equilibri ancora tutta da costruire.

@ReteLibia

Erdogan scaccia Haftar da Tripoli: inizia la sirianizzazione della Libia?

Di Francesco De Palo

Fonte: Fatto Quotidiano del 05/06/20

Da tre anni ReteLibia richiama costantemente contro il rischio di una sirianizzazione della Libia. Oggi è stato fatto un passo molto deciso verso quello scenario.

Erdogan, grazie all’intervento di uomini e mezzi, ha costretto il generale Haftar a ritirarsi da Tripoli: dopo 14 mesi all’uomo forte della Cirenaica non è riuscita la conquista della capitale della Libia. Il governo di Al-Serraj guarda ad una fase nuova incensando l’alleato turco che si è rivelato decisivo, mentre altri players come l’Italia hanno scelto di restare ai margini (anche se potrebbero minimamente rientrare con la squadra di sminatori richiesta da Tripoli).

Secondo le parole del ministro degli interni del governo di accordo nazionale (GNA) riconosciuto dall’ONU, Fathi Bashagha, siamo in presenza “dell’inizio della fine dell’intero progetto di dittatura” con l’invito a quelle città che sono ancora sotto Haftar a ribellarsi contro di lui per risparmiarsi ulteriori conflitti. Uno scenario su cui la parola fine verrà scritta solo dopo aver valutato l’impatto che i caccia russi potrebbero avere sulla guerra civile, ovvero quando chi li ha fatti atterrare deciderà di impiegarli seriamente.

Non solo Mosca, la fazione pro Haftar conta anche Emirati Arabi Uniti, Francia ed Egitto ma è stato il dato dei Mig a far rimettere in moto anche l’attenzione Usa, che l’hanno pesata come una evidente minaccia al fianco meridionale della NATO. Prima di allora la diplomazia statunitense, come accaduto dall’avvio dell’amministrazione Trump, aveva proceduto ad una sorta di disimpegno velato dalle coste libiche.

Adesso invece, complici le elezioni di novembre che si avvicinano e con i sondaggi che danno i democratici in testa in alcuni Stati chiave, ecco che la Casa Bianca torna a inquadrare Tripoli e Sirte temendo il caos oppure un nuovo e imprevedibile rimescolamento, che tocca anche interessi energetici, visto che il gnl Usa è diretto anche nei paesi del quadrante euromediterraneo e le nuove mega navi gasiere greche sono ultimate.

Non solo l’Italia ha peccato di insussistenza, ma è stata l’intera politica europea ad essere impalpabile nel caso libico. E’sufficiente osservare come alcui Stati membri siano schierati con una fazione ed altri con quella opposta: non proprio l’icona perfetta di una unione, semmai un voler andare, come purtroppo spesso è accaduto, in ordine sparso e perseguendo singole priorità nazionali e non strategie di insieme.

Ma Roma ha fatto, se possibile, panche eggio perché aveva in mano il punto della vittoria ma lo ha ceduto ad Ankara. Perdendo equilibri, influenze e considerazione.

Erdogan ha scacciato Haftar da Tripoli: inizia la sirianizzazione della Libia.

@ReteLibia

Cosa si sono detti i leader di Cipro ed Egitto su Grecia e Libia?

La geopolitica del Mediterraneo sta attraversando momenti complessi e articolati. Cipro ed Egitto stanno tentando di fare fronte comune su due punti nevralgici: Grecia e Libia.

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha ricevuto una telefonata dalla sua controparte cipriota, Nicos Anastasiades: hanno discusso di varie questioni regionali e della cooperazione tra le due nazioni sia a livello bilaterale o come parte del quadro tripartito con la Grecia.

Si sono concentrati particolatmente sulla sicurezza energetica nel contesto del Forum del gas del Mediterraneo orientale. Nicosia riconosce ormai il ruolo cruciale che l’Egitto svolge nel mantenere la stabilità della regione, rilevando sentimenti simili da parte dell’Unione Europea in merito al duro lavoro dell’Egitto nella lotta al terrorismo, insieme agli elogi per l’esperienza egiziana nella lotta allo sviluppo illegale.

E’di tutta evidenza che il nocciolo del nuovo schema di equilibri riguarda la Libia e le mosse della Turchia. I due capi di Stato hanno deciso di insensificare la cooperazione in particolare attraverso il sostegno di iniziative internazionali sul caso libico, attuando le risoluzioni della conferenza di Berlino e respingendo ogni inferenza esterna in questo senso. Un utile strumento di azione comune è il forum Eastern Mediterranean Gas.

Una serie di incontri regionali che sono iniziati tra i ministri del petrolio e dell’energia di Israele, Egitto, Giordania, autorità palestinesi, Cipro, Grecia e Italia si sono poi interrotti a causa della pandemia. Il forum era stato lanciato nel gennaio 2019 dai delegati provenienti da sette paesi, al fine di creare le basi per una strategia di medio-lungo periodo.

Tre settimane fa il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry ha tenuto una riunione di teleconferenza con le sue controparti greca, cipriota, francese ed Emiratina sugli ultimi preoccupanti sviluppi nel Mediterraneo orientale. Nel mirino le mosse turche su Sirte e gli intrecci don il dossier energetico a Cipro.

@ReteLibia

Le mire turche in Libia? Sul petrolio (prima che su altro)

Cosa punta ad ottenere la Turchia di Erdogan dall’appoggio militare al governo di Tripoli con cui ha siglato un accordo marittimo? C’è la possibilità che la comunità internazionale un bel giorno possa apprendere, a fatti compiuti, di una perforazione turca al largo della Libia a caccia di greggio?

Le firme tra Al-Serraj ed Erdogan lo scorso novembre, che hanno prodotto una serie di reazioni a catena sull’asse Atene-Cipro-Cairo-Parigi, puntano al diritto di esplorare petrolio e gas in una zona economica esclusiva (ZEE) tra la costa meridionale e la costa nord-orientale della Libia. Ma Grecia, Cipro e UE dichiarano che l’accordo è illegale, facendo paventare la possibilità di sanzioni.

E’di tutta evidenza come al momento eventuali attività di esplorazione potrebbero iniziare anche da Tripoli a breve termine, e quindi vicino alla città costiera di Sirte, dove l’influenza turca è corroborata dall’appoggio militare al governo contro l’avanzata del generale Haftar. In loco mezzi e uomini che rispondono ad Ankara non mancano.

D’altro canto la medesima azione è stata portata avanti dalla Turchia al largo di Cipro, dove players come Eni e Total hanno vinto regolari gare nella Zee, ma sono state costrette a convivere con le esplorazioni illegali della nave turca Yavuz. Per cui l’obiettivo (non dichiarato) di Erdogan potrebbe essere quello di mettere l’Europa dinanzi al fatto compiuto e imporsi come nuova presenza pachidermica anche nel Mediterraneo occidentale.

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Mercenari pro Haftar: la missione anti turca in Libia scoperta dall’Onu

Una missione condotta da mercenari a sostegno del generale Khalifa Haftar per stoppare le navi di rifornimento turche dirette a Tripoli. Secondo il quotidiano turco Sabah l’avrebbe scoperta l’Onu con i suoi investigatori, che avrebbero sollevato il velo su compagnie militari di proprietà privata che avevano viaggiato in Libia per sostenere l’uomo forte della Cirenaica.

Le notizie sarebbero contenute in un papr segreto delle Nazioni Unite che secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa tedesca DPA coinvolgeva almeno 20 agenti provenienti da Australia, Francia, Malta, Sudafrica, Gran Bretagna e Stati Uniti.

Secondo il quotidiano turco i contractors avrebbero viaggiato dalla Giordania in Libia alla fine dello scorso giugno grazie ad una copertura, ovvero svolgere indagini geofisiche e iperspettrali per conto della Giordania.

Il rapporto delle Nazioni Unite sostiene che “i membri dell’esercito privato avrebbero dovuto fermare le navi di rifornimento turche in viaggio verso la capitale costiera di Tripoli, e intercettare le forniture di armi destinate a forze governative riconosciute a livello internazionale, secondo il rapporto”.

Circa la posizione che ha assunto la Turchia, vanno registrate le parole del governo di Ankara secondo cui paesi come la Francia che sostengono il generale Haftar in Libia sono dalla parte sbagliata della storia. Lo ha detto al canale France 24 un portavoce del governo, Ibrahim Kalin: “Crediamo che chiunque stia ancora sostenendo Haftar si trovi dalla parte sbagliata nel conflitto libico” in quanto non è un partner affidabile in Libia, questa la ragione per cui la Turchia ha “inviato alcuni consiglieri per aiutare il governo libico a portare un certo equilibrio nel conflitto”.

Va ricordato che alcuni uomini d’affari libici con sede in Turchia, premono affinché Ankara ripristini sicurezza e stabilità in Libia, anche grazie ad una maggiore assistenza per la ricostruzione e lo sviluppo contro il deterioramento causato dalle mire di Haftar su Tripoli.

Un contesto in cui la posizione degli Usa ricalca la tesi legata al ruolo della Russia a sostegno dell’esercito haftariano di Tobruk. Il Dipartimento della Difesa ha pubblicamente osservato che la Russia ha schierato aerei da combattimento in Libia, una mossa che secondo i funzionari della difesa potrebbe essere mirata a inclinare le scale di equilibri nel paese, seguendo lo schema già applicato in Siria.

Inoltre il Comando Africa degli Stati Uniti ha dichiarato che i caccia russi MiG-29 arrivati in Libia dalla Siria sono stati ridipinti per nascondere i loro contrassegni russi.

@ReteLibia