L’ultima vera occasione dell’Italia in Libia

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 24/06/20

La mutazione genetica che lo scacchiere libico ha avuto nelle ultime settimane dovrebbe rappresentare, in prospettiva, la base su cui poggiare il nuovo schema di gestione “alla siriana” del regno che fu di Gheddafi (al netto di sempre possibili colpi di scena).

L’accelerazione imposta dalla Turchia dallo scorso settembre ad oggi, figlia di una penetrazione militare anticipata dalla strategia neo ottomana di Erdogan, ha ottenuto il risultato di consolidare il ruolo di Ankara come nuovo player su Tripoli e Sirte, disinnescando le mire del generale Haftar e destando Washington dal torpore in cui era caduta sul punto.

Il governo riconosciuto dall’Onu di Al-Serraj, più volte tra il 2018 e il 2019, aveva lasciato intendere di aspettarsi una mossa risolutrice, ma la stessa Roma era rimasta sorda dinanzi alle reiterate richieste. La conferenza internazionale siciliana, al pari del recente meeting di Berlino, hanno avuto solo un impatto mediatico ma non risultati concreti: segno che la matassa libica non poteva essere risolta con tavoli e proponimenti. La soluzione, per ora, si ritrova nell’azione che c’è stata, a tenaglia, di Turchia e Russia.

Di contro, conscio delle difficoltà che il dossier energetico nel Mediterraneo Orientale impone alla smania turca, Erdogan ha preferito volgere lo sguardo alla Libia (dopo la Siria), visto e considerato che su Grecia e Cipro c’è un granitico blocco di alleanze formato da Usa, Francia, Israele, Egitto che non gli consente ulteriori spazi di manovra, al di là delle consuete provocazioni oltre le quali egli stesso sa di non poter andare.

Diverso lo scenario libico, dove l’accordo siglato tra Erdogan e Al-Serraj sulla delimitazione marittima mira alla realizzazione di un corridoio energetico. Mossa che ha avuto come effetto (non immediato) l’accordo siglato la scorsa settimana tra Roma e Atene per lo spazio marittimo adriatico. Ma se il Mediterraneo orientale è denso di pericoli e rischi per la Turchia, il golfo della Sirte rappresenta invece una straordinaria occasione politica ed economica. Lì vi sono vere proprie praterie dal momento che la balcanizzazione siriana è il nuovo metro di azione, sempre che Mosca lasci ancora filo all’alleato del Bosforo.

In questo contesto articolato e in evoluzione, al netto delle fondamenta geopolitiche citate, chi può recriminare non poco è l’Italia, sostituita dalla Turchia nella partita libica. Roma, non va dimenticato, ha un accordo con la Noc, il principale player petrolifero libico per il tramite di Eni: una contingenza che la Farnesina dovrebbe tenere maggiormente in considerazione, per una miriade di motivi, noti da tempo.

E’di tutta evidenza come, ad oggi, la Turchia si trovi in una posizione di forza ma la presenza italiana in loco, con una squadra di sminatori, seppur di lieve impatto, potrebbe rappresentare davvero l’ultima occasione per l’Italia in Libia. Ma solo se gestita con sagacia tattica e con una rete di influenze ed equilibri ancora tutta da costruire.

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Erdogan scaccia Haftar da Tripoli: inizia la sirianizzazione della Libia?

Di Francesco De Palo

Fonte: Fatto Quotidiano del 05/06/20

Da tre anni ReteLibia richiama costantemente contro il rischio di una sirianizzazione della Libia. Oggi è stato fatto un passo molto deciso verso quello scenario.

Erdogan, grazie all’intervento di uomini e mezzi, ha costretto il generale Haftar a ritirarsi da Tripoli: dopo 14 mesi all’uomo forte della Cirenaica non è riuscita la conquista della capitale della Libia. Il governo di Al-Serraj guarda ad una fase nuova incensando l’alleato turco che si è rivelato decisivo, mentre altri players come l’Italia hanno scelto di restare ai margini (anche se potrebbero minimamente rientrare con la squadra di sminatori richiesta da Tripoli).

Secondo le parole del ministro degli interni del governo di accordo nazionale (GNA) riconosciuto dall’ONU, Fathi Bashagha, siamo in presenza “dell’inizio della fine dell’intero progetto di dittatura” con l’invito a quelle città che sono ancora sotto Haftar a ribellarsi contro di lui per risparmiarsi ulteriori conflitti. Uno scenario su cui la parola fine verrà scritta solo dopo aver valutato l’impatto che i caccia russi potrebbero avere sulla guerra civile, ovvero quando chi li ha fatti atterrare deciderà di impiegarli seriamente.

Non solo Mosca, la fazione pro Haftar conta anche Emirati Arabi Uniti, Francia ed Egitto ma è stato il dato dei Mig a far rimettere in moto anche l’attenzione Usa, che l’hanno pesata come una evidente minaccia al fianco meridionale della NATO. Prima di allora la diplomazia statunitense, come accaduto dall’avvio dell’amministrazione Trump, aveva proceduto ad una sorta di disimpegno velato dalle coste libiche.

Adesso invece, complici le elezioni di novembre che si avvicinano e con i sondaggi che danno i democratici in testa in alcuni Stati chiave, ecco che la Casa Bianca torna a inquadrare Tripoli e Sirte temendo il caos oppure un nuovo e imprevedibile rimescolamento, che tocca anche interessi energetici, visto che il gnl Usa è diretto anche nei paesi del quadrante euromediterraneo e le nuove mega navi gasiere greche sono ultimate.

Non solo l’Italia ha peccato di insussistenza, ma è stata l’intera politica europea ad essere impalpabile nel caso libico. E’sufficiente osservare come alcui Stati membri siano schierati con una fazione ed altri con quella opposta: non proprio l’icona perfetta di una unione, semmai un voler andare, come purtroppo spesso è accaduto, in ordine sparso e perseguendo singole priorità nazionali e non strategie di insieme.

Ma Roma ha fatto, se possibile, panche eggio perché aveva in mano il punto della vittoria ma lo ha ceduto ad Ankara. Perdendo equilibri, influenze e considerazione.

Erdogan ha scacciato Haftar da Tripoli: inizia la sirianizzazione della Libia.

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Cosa si sono detti i leader di Cipro ed Egitto su Grecia e Libia?

La geopolitica del Mediterraneo sta attraversando momenti complessi e articolati. Cipro ed Egitto stanno tentando di fare fronte comune su due punti nevralgici: Grecia e Libia.

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha ricevuto una telefonata dalla sua controparte cipriota, Nicos Anastasiades: hanno discusso di varie questioni regionali e della cooperazione tra le due nazioni sia a livello bilaterale o come parte del quadro tripartito con la Grecia.

Si sono concentrati particolatmente sulla sicurezza energetica nel contesto del Forum del gas del Mediterraneo orientale. Nicosia riconosce ormai il ruolo cruciale che l’Egitto svolge nel mantenere la stabilità della regione, rilevando sentimenti simili da parte dell’Unione Europea in merito al duro lavoro dell’Egitto nella lotta al terrorismo, insieme agli elogi per l’esperienza egiziana nella lotta allo sviluppo illegale.

E’di tutta evidenza che il nocciolo del nuovo schema di equilibri riguarda la Libia e le mosse della Turchia. I due capi di Stato hanno deciso di insensificare la cooperazione in particolare attraverso il sostegno di iniziative internazionali sul caso libico, attuando le risoluzioni della conferenza di Berlino e respingendo ogni inferenza esterna in questo senso. Un utile strumento di azione comune è il forum Eastern Mediterranean Gas.

Una serie di incontri regionali che sono iniziati tra i ministri del petrolio e dell’energia di Israele, Egitto, Giordania, autorità palestinesi, Cipro, Grecia e Italia si sono poi interrotti a causa della pandemia. Il forum era stato lanciato nel gennaio 2019 dai delegati provenienti da sette paesi, al fine di creare le basi per una strategia di medio-lungo periodo.

Tre settimane fa il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry ha tenuto una riunione di teleconferenza con le sue controparti greca, cipriota, francese ed Emiratina sugli ultimi preoccupanti sviluppi nel Mediterraneo orientale. Nel mirino le mosse turche su Sirte e gli intrecci don il dossier energetico a Cipro.

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Le mire turche in Libia? Sul petrolio (prima che su altro)

Cosa punta ad ottenere la Turchia di Erdogan dall’appoggio militare al governo di Tripoli con cui ha siglato un accordo marittimo? C’è la possibilità che la comunità internazionale un bel giorno possa apprendere, a fatti compiuti, di una perforazione turca al largo della Libia a caccia di greggio?

Le firme tra Al-Serraj ed Erdogan lo scorso novembre, che hanno prodotto una serie di reazioni a catena sull’asse Atene-Cipro-Cairo-Parigi, puntano al diritto di esplorare petrolio e gas in una zona economica esclusiva (ZEE) tra la costa meridionale e la costa nord-orientale della Libia. Ma Grecia, Cipro e UE dichiarano che l’accordo è illegale, facendo paventare la possibilità di sanzioni.

E’di tutta evidenza come al momento eventuali attività di esplorazione potrebbero iniziare anche da Tripoli a breve termine, e quindi vicino alla città costiera di Sirte, dove l’influenza turca è corroborata dall’appoggio militare al governo contro l’avanzata del generale Haftar. In loco mezzi e uomini che rispondono ad Ankara non mancano.

D’altro canto la medesima azione è stata portata avanti dalla Turchia al largo di Cipro, dove players come Eni e Total hanno vinto regolari gare nella Zee, ma sono state costrette a convivere con le esplorazioni illegali della nave turca Yavuz. Per cui l’obiettivo (non dichiarato) di Erdogan potrebbe essere quello di mettere l’Europa dinanzi al fatto compiuto e imporsi come nuova presenza pachidermica anche nel Mediterraneo occidentale.

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Mercenari pro Haftar: la missione anti turca in Libia scoperta dall’Onu

Una missione condotta da mercenari a sostegno del generale Khalifa Haftar per stoppare le navi di rifornimento turche dirette a Tripoli. Secondo il quotidiano turco Sabah l’avrebbe scoperta l’Onu con i suoi investigatori, che avrebbero sollevato il velo su compagnie militari di proprietà privata che avevano viaggiato in Libia per sostenere l’uomo forte della Cirenaica.

Le notizie sarebbero contenute in un papr segreto delle Nazioni Unite che secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa tedesca DPA coinvolgeva almeno 20 agenti provenienti da Australia, Francia, Malta, Sudafrica, Gran Bretagna e Stati Uniti.

Secondo il quotidiano turco i contractors avrebbero viaggiato dalla Giordania in Libia alla fine dello scorso giugno grazie ad una copertura, ovvero svolgere indagini geofisiche e iperspettrali per conto della Giordania.

Il rapporto delle Nazioni Unite sostiene che “i membri dell’esercito privato avrebbero dovuto fermare le navi di rifornimento turche in viaggio verso la capitale costiera di Tripoli, e intercettare le forniture di armi destinate a forze governative riconosciute a livello internazionale, secondo il rapporto”.

Circa la posizione che ha assunto la Turchia, vanno registrate le parole del governo di Ankara secondo cui paesi come la Francia che sostengono il generale Haftar in Libia sono dalla parte sbagliata della storia. Lo ha detto al canale France 24 un portavoce del governo, Ibrahim Kalin: “Crediamo che chiunque stia ancora sostenendo Haftar si trovi dalla parte sbagliata nel conflitto libico” in quanto non è un partner affidabile in Libia, questa la ragione per cui la Turchia ha “inviato alcuni consiglieri per aiutare il governo libico a portare un certo equilibrio nel conflitto”.

Va ricordato che alcuni uomini d’affari libici con sede in Turchia, premono affinché Ankara ripristini sicurezza e stabilità in Libia, anche grazie ad una maggiore assistenza per la ricostruzione e lo sviluppo contro il deterioramento causato dalle mire di Haftar su Tripoli.

Un contesto in cui la posizione degli Usa ricalca la tesi legata al ruolo della Russia a sostegno dell’esercito haftariano di Tobruk. Il Dipartimento della Difesa ha pubblicamente osservato che la Russia ha schierato aerei da combattimento in Libia, una mossa che secondo i funzionari della difesa potrebbe essere mirata a inclinare le scale di equilibri nel paese, seguendo lo schema già applicato in Siria.

Inoltre il Comando Africa degli Stati Uniti ha dichiarato che i caccia russi MiG-29 arrivati in Libia dalla Siria sono stati ridipinti per nascondere i loro contrassegni russi.

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La Brigata Wagner “molla” Tripoli? Ipotesi di spartizione libica

La Brigata Wagner lascia Tripoli? I mercenari russi che appoggiano il generale Khalifa Haftar sul fronte Tripoli, hanno lasciato la capitale per Bani Walid. Secondo le forze fedeli al governo di unità nazionale “un aereo da trasporto militare Antonov 32 è atterrato a Bani Walid” per prendere parte alla rimozione dei mercenari di Wagner “in una direzione sconosciuta”.

Un totale di sette aerei militari sono arrivati ​​domenica scorsa a Bani Walit con a bordo munizioni e equipaggiamento militare. In un video trasmesso dal canale televisivo libico al-Ahrar con base a Tripoli, si vedono uomini armati che salgoni su un aereo simile ad un Antonov 32, con sullo sfondo un sistema antiaereo russo Pantsir.

Sopo pochi giorni fa sette caccia russi erano giunti in Libia, partiti da una base siriana, accompagnati dai proclama di Haftar che prometteva di prendere Tripoli. Di contro la fazione di Al Serraj è sostenuta anche dai droni turchi, che hanno inflitto pesanti perdite al Generale della Cirenaica.

Si fa largo, quindi, l’ipotesi di un metodo siriano per la soluzione della guerra in Libia, con una spartizione aritmetica tra Mosca e Ankara? Un’opzione, accanto alla quale si staglia un altro quesito nel medio-lungo periodo: in caso di vittoria di Joe Biden alle elezioni americane di novembre, come cambierà la politica estera americana tarata sulla Libia?

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Chi lavora al nuovo ordine in Libia

La guerra civile in Libia è ufficialmente entrara in una nuova fase. La mossa russa, con l’invio degli otto caccia nell’aeroporto di Tobruk e nella base di Al Jufra, lo certifica ulteriormente.

Mosca e Ankara si preparano ad una spartizione della “tunica” libica così come da modus operandi siriano. Se fino a ieri le truppe fedeli al Generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica da troppi mesi in procinto di prendersi Tripoli, avevano registrato molti kappaò anche grazie all’uso dei droni turchi, da domani lo scenario potrebbe cambiare anche in virtù dei Mig russi giunti dalla Siria. E’possibile però che sia solo un’azione di distensione di muscoli atta ad evitare una contrapposizione aperta tra Putin e Erdogan?

Intanto quel che è certo è che lo scacchiere da guerra civile libica, dove l’infuenza dell’Europa si sta assottigliando, potrebbe essere incanalato verso una nuova fase dove a regnare sarebbe l’interventismo di chi ha pesato con parsimonia e tattica le sue mosse e le sue contromosse. I pozzi della mezzaluna petrolifera controllati da Haftar sono un obiettivo conclamato, assieme all’ircocervo di equilibri che questo risiko porterà in dote.

Poco verosimile che Tripoli, pur con il braccio armato turco, possa estendere il suo controllo fino ai territori haftariani, così come ad oggi altamente complesso che Haftar conquisti il fortino di Serraj. E allora a cosa saranno serviti uomini, mercenari, mezzi e caccia militari proprio mentre la missione Irini targata Ue e Onu ha il compito di far rispettare l’embargo di armi alla Libia?

Si staglia all’orizzonte uno schema incredibilmente lineare, che prevede il disinteresse a stelle e strisce in Libia (che invece hanno scelto la Grecia come neo hub nel Mediterraneo), i tentennamenti francesi (che scontano anche una crisi politica interna per Macron) e la consueta irrilevanza italiana (che vede il porto di Taranto spostarsi in mani orientali).

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Serraj conquista Al-Watiya (ma grazie ai droni turchi)

Le milizie del premier Fayez al-Serraj hanno conquistato la base strategica di Al-Watiya, situata a 65 chilometri a sud-est della capitale libica, dotata di una capacità di 7-10 mila uomini. Una “meta” che era nell’aria da tempo, visto e considerato l’apporto decisivo fornito dai droni turchi, frutto dell’appoggio che Erdogan da tempo ha assicurato al governo di Tripoli.

Questa nuova sconfitta per il Generale Khalifa Haftar si intreccia al peso specifico di Al-Watiya, ovvero un punto nevralgico dello scacchiere che consentiva all’uomo forte della Cirenaica di giostrare tra la Tunisia e una significativa porzione di Tripolitania.

Il generale libico Osama Jweili, capo della zona militare dell’ovest della Libia per conto dell’operazione “Vulcano di Rabbia” del Governo di accordo nazionale (Gna), ha annunciato la presa della base aerea.

Questo nuovo stop alle milizie haftariane, che si somma a quello di Sabrata, dunque, potrebbe far scivolare verso lo zero le possibilità che conquistino la capitale, con un ruolo di primo piano giocato da Ankara.

Intanto l’emittente radiofonica tedesca “Deutsche Welle” riporta che tra il 20 gennaio e il 3 maggio scorso, il governo federale della Germania ha approvato vendite di armi ai paesi coinvolti nella guerra in Libia per 331 milioni di dollari. All’Egitto è andata una commessa da 308,2 milioni di euro, mentre alla Turchia da 15,1 milioni. Armi che hanno un significato nel conflitto in Libia.

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La missione Irini è nata già morta?

Crisi in Libia: Emirati, Egitto e Russia inviano materiali per sostenere l’azione del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, tra cui sei caccia Mirage. Si sommano ai mezzi già inviati dalla Turchia di Erdogan per sostenere Al-Serraj. Ma la missione Irini annuncia il controllo dell’ embargo Onu sulle armi alla Libia. Missione morta già in fasce?

Gli equilibri nel paese sono sempre più precari, con la guerra civile ormai alle porte. Il presidente turco punta a cementare la sua partnership con Serraj, anche con riferimento all’accordo siglato per la delimitazione delle aree marittime in chiave energetica (gas), passaggio che ha provocato la crisi diplomatica con la Grecia perché quell’accordo bypassa l’isola di Creta, appartenente ad un paese membro dell’Ue.

Una licenza che si somma alle altre già concesse ad Ankara, che nelle ultime ore pare abbia ritrovato anche un canale con l’Italia dopo aver contribuito alla scarcerazione della cooperante Silvia Romano, atterrata ieri a Ciampino. Un gettone che Erdogan conserva nella sua tasca, pronto a giocarselo all’occorrenza (ovvero in Libia).

Dal 4 maggio la missione dell’Unione Europea “Eunavformed Irini” ha dalla propria la fregata fracese Jean Bart e un aereo da pattugliamento lussemburghese, ma ha già perso il contributo di Malta. Dovrebbe far rispettare l’embargo Onu, ma pare che in Libia giungano ugualmente mezzi e materiali dai players coinvolti in una partita, forse, più grande di tutti.

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Ankara vs Haftar: il risiko della geopolitica sulla Libia

Gli attacchi delle fazioni controllate dal generale Khalifa Haftar alle missioni diplomatiche in Libia e all’aeroporto di Mitiga “costituiscono crimini di guerra”.

Lo ha detto il ministero degli Esteri turco, (un pizzino inviato anche a Washington e Atene?) aggiungendo che gli adepti di Haftar saranno considerati obiettivi legittimi se continueranno a minacciare gli interessi della Turchia nel paese: “Non bisogna dimenticare che i paesi che forniscono supporto militare, finanziario e politico a Haftar hanno la responsabilità della crudeltà e dell’instabilità affrontate dal popolo libico”.

In Libia, dove la guerra civile ormai è un fatto oggettivo, si stanno snodando una serie di interessi legati alla geopolitica e al dossier energetico, in una fase caratterizzata dall’emergenza Covid che “distrae” le cancellerie.

Secondo quanto osservato dal governo di accordo nazionale della Libia (GNA) almeno quattro civili, tra cui un bambino, sono le vittime dell’ultimo bombardamento che ha colpito Tripoli e il suo aeroporto. Tre giorni prima anche l’area vicina all’ambasciata italiana a Tripoli era stata bombardata dalle forze di Haftar.

Lo scontro tocca ovviamente gli interessi petroliferi: la National Oil Corporation (NOC) della Libia e il Consorzio Repsol hanno raggiunto un accordo per recuperare il gas di combustione nel giacimento di petrolio di Sharara per renderlo fruibile dai residenti nella zona meridionale del paese. Secondo il numero 1 di Noc, Mustafa Sanalla, ci saranno notevoli vantaggi ambientali per questo progetto, ma altrettanto importante sarà fornire gas da cucina a prezzi accessibili per i cittadini del sud che hanno sofferto dall’inizio di questo conflitto.

Va ricordato che, specialmente in quella fetta di Libia la situazione è critica: combattimenti e disordini impediscono di inviare convogli regolari di gas dai depositi nel nord, quindi la Noc pensa a misure alternative.

Intanto lo stress per lo scontro Haftar-Serraj colpisce gli 007 di Tripoli. Il presidente del Consiglio del Governo libico di Accordo Nazionale, Fayez al-Serraj, ha confermato la morte del capo del servizio di intelligence Abdelgader al-Tuhamy a seguito di un attacco di cuore sabato sera.

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